PERCORSO DI COUNSELLING MODULARE
LE RELAZIONI DIFFICILI: CRESCERE, VIVEREIN COPPIA, DIVENTARE GENITORI
Percorso formativo per counsellor riconosciuto da:
A.I.CO. – ASSOCIAZIONE ITALIANA COUNSELLING,
C.N.C.P. – COORDINAMENTO NAZIONALE COUNSELLING PROFESSIONISTI
M.I.U.R. – MINISTERO ISTRUZIONE UNIVERSITA’ E RICERCA CON DECRETO 02/08/05
ISTITUTO MILLE E UNA META
Via L. Cambini, 44 Livorno
in collaborazione con
ASSOCIAZIONE MORPHè
Via Roma 168
Livorno
Inizio del percorso:
sabato 13 marzo ore 14,30-19,30; domenica 14 ore 9,30-18,30
IL PERCORSO FORMATIVO
Il percorso formativo consente l’acquisizione di abilità comunicative e lo sviluppo di risorse utili ad affrontare efficacemente le problematiche esistenziali legate ai passaggi del ciclo di vita dell’individuo, della coppia e della famiglia, con particolare attenzione e cura alle risorse ed ai bisogni evolutivi dei bambini, degli adolescenti e delle famiglie, nei loro contesti di appartenenza.
Il counselling trova le sue principali aree di intervento ed applicazione in ambito educativo, sociale e dell’orientamento e in tutti quei contesti relazionali in cui una corretta definizione del problema e l’elaborazione di un possibile cambiamento di prospettiva possono favorire la ricerca di migliori e nuove soluzioni.
DESTINATARI
Il corso si rivolge a chi personalmente o professionalmente senta la necessità di acquisire competenze avanzate di ascolto, comunicazione e sostegno con bambini, con adolescenti, e con famiglie, in contesti educativi e/o socio-sanitari, come insegnanti, educatori, assistenti sociali, psicopedagogisti, formatori, consulenti, infermieri, sacerdoti, animatori, direttori e assistenti di comunità infantili, pediatri, operatori socio-sanitari, medici, volontari e laureandi in scienze umanistiche.
STRUTTURA E ARTICOLAZIONE DEL CORSO
Il corso triennale può essere frequentato sia interamente che per singoli moduli. Ogni modulo è composto da 3 incontri che si svolgeranno nel week end (per un totale di 39 ore per modulo). È possibile iscriversi anche ad un singolo modulo. Ogni persona sarà dotata di un proprio libretto formativo sul quale verranno riconosciuti i crediti formativi dei singoli moduli e degli eventuali percorsi formativi precedenti. I crediti potranno essere incrementati, anche con un percorso individualizzato, fino al raggiungimento del numero di crediti minimo previsto per il diploma.
Al termine di ogni modulo sarà fornita una dispensa.
MODULI 2010
IL BAMBINO E IL SUO MONDO: conoscere, capire, relazionarsi
(inizio: marzo 2010)
 Crescita, cambiamenti e separazioni: lo sviluppo psico-affettivo del bambino, le prime relazioni, la formazione del carattere
 Conoscere e comprendere le nuove famiglie: separazione, famiglie mono-genitoriali, famiglie ricostituite
 Ascoltare, riconoscere ed esprimere le emozioni: il corpo, i sintomi, l’espressione del disagio
SENTIRE ED ESPRIMERE NELL’INCONTRO CON L’ALTRO
(inizio:maggio 2010)
 L’ascolto degli altri e l’ascolto di se stessi. Ascoltare senza giudicare/giudicarsi.
 Sentimenti, contatto ed empatia. Emozioni e sentimenti. Il corpo e le emozioni. Affettività, intimità e sessualità nei rapporti umani. Senso di inferiorità, vergogna e inadeguatezza.
 Comprendere ed accettare. La comprensione empatica. Comprendere il “qui ed ora”.
ADOLESCENTI FUSI E CONFUSI
(inizio: settembre 2010)
 Dal bisogno di sicurezza alla ricerca dell’autonomia: i compiti evolutivi dell’adolescente. Il ruolo della famiglia
 Differenziarsi, conoscersi e riconoscersi: la comunicazione dell'adolescente, l'espressione emotiva, il linguaggio, le nuove tecnologie
 Sentimenti, corpo ed emozioni: tra vergogna e conformismo. L'amore, la coppia, lo sviluppo dell’identità di genere, la scoperta della sessualità, l'amicizia, il gruppo
LA COPPIA COME OCCASIONE DI CRESCITA
(inizio: fine ottobre 2010)
 Coinvolgimento o “amore liquido”? L’ innamoramento. Genogramma e scelta del partner. La formazione della coppia e il consolidamento del legame. Coinvolgersi o connettersi?
 Delusione o dis-illusione? La realizzazione delle aspirazioni personali nella coppia. Crisi e rottura del legame; dalla negazione, rabbia, distacco all’integrazione.
 L’amore “a seconda vista”. La comprensione delle ragioni dell’altro. Trattenere e lasciare andare. Crescere attraverso l’incontro con l’altro.
ISCRIZIONI E COSTI :
L’iscrizione ad un singolo modulo (39 ore) è di € 430,00 + IVA , di cui € 70,00 + IVA come anticipo all’atto dell’iscrizione, € 180,00 + IVA al II week-end e € 180,00+ IVA al II week-end. I singoli moduli verranno attivati al raggiungimento di 10 iscrizioni.
È possibile usufruire di uno sconto di € 220,00+IVA per coloro che si iscriveranno a tutti e quattro i moduli. In questo caso il costo totale dell’annualità sarà di € 1500,00 + IVA, di cui Euro 150,00+ IVA come anticipo all’atto dell’iscrizione e il rimanente rateizzabile in 10 rate di € 135,00+ IVA. Tale agevolazione verrà applicata al raggiungimento di un numero minimo di 10 iscrizioni annuali.
(Tutti i costi sono al netto dell’IVA)
In caso di mancata attivazione del singolo modulo o del percorso annuale verrà rimborsato per intero l’anticipo versato.
SEGRETERIE :
ISTITUTO MILLE E UNA META -VIA L. CAMBINI, 44 – LIVORNO
TEL E FAX 0586/811880 (dal lunedì al giovedì dalle 10 alle 12) – cell. 3391200842 (dalle 14 alle 15)
ASSOCIAZIONE MORPHE’ -VIA ROMA 168 – LIVORNO
cell. 3384274550 – 3297355104 (dal lunedì al venerdì dalle 13 alle 16)
SEDE DEL CORSO :
Via L.Cambini, 44 - LIVORNO
Alcuni moduli verranno svolti a Rosignano Marittimo, località Collina 53.
Counselling modulare: LE RELAZIONI DIFFICILI
PROGRAMMA E OBIETTIVI DIDATTICI
Primo anno
ASCOLTARSI PER ASCOLTARE
Il primo anno di formazione si pone come obiettivo lo sviluppo personale dell’ allievo riguardo alla capacità di stare in relazione, e quindi ascoltarsi per ascoltare e comunicare in modo efficace nei diversi contesti. Particolare attenzione viene posta, in primo luogo, allo sviluppo di competenze comunicative utili per una gestione più soddisfacente della propria vita personale e che solo in un secondo momento saranno utilizzate in modo mirato e consapevole anche in ambito professionale.
La messa a fuoco delle modalità personali e delle barriere più frequenti nell’ interazione con l’ altro, la sperimentazione di punti di vista e possibilità diverse avvalendosi del gruppo come microcosmo e luogo di rispecchiamento, permettono all’allievo di scoprire ed utilizzare le potenzialità presenti nella propria sfera della volontà e spenderle nella vita quotidiana. L’ allievo apprende quindi ad operare decisioni e cambiamenti che prima potevano ai suoi occhi risultare difficili o addirittura impossibili.
L’ultimo modulo del primo anno, dopo aver introdotto la teoria degli enneatipi secondo il modello di Claudio Naranjo, sarà dedicato all’esplorazione del ciclo di vita attraverso l’autobiografia e la narrazione.
Secondo anno
LA RELAZIONE IO-TU
Il secondo anno è focalizzato sulla lettura fenomenologica degli eventi e dei problemi più ricorrenti nella vita delle persone, delle coppie, delle famiglie e dei gruppi.
In questa annualità l’ allievo apprende ad osservare e a mettersi in relazione con l’altro praticando l’ epochè, vale a dire la sospensione del giudizio e del pensiero interpretativo, sperimentando quindi una pratica di allenamento e disciplina dei processi mentali automatici che conducono alla soluzione impulsiva e stereotipata e al pre-giudizio.
L’intervento di counselling, inteso come l’arte di aiutare ad aiutarsi, permette alla persona, anche attraverso l’uso di strumenti creativi ed espressivi, di riconoscere e riappropriarsi delle sue esperienze e dei suoi apprendimenti, favorendo l’assunzione di una posizione consapevole e responsabile nei confronti delle scelte future. Largo spazio è dedicato, nel secondo anno, all’esplorazione della formazione e rottura delle relazione affettive e familiari, sviluppando strumenti di lettura e comprensione di sé e dell’altro che favoriscano la costruzione delle diversità personali, sociali e culturali.
Terzo anno
LO SVILUPPO DELLE RISORSE UMANE E L’ORIENTAMENTO
Il terzo anno è dedicato alla scoperta e allo sviluppo del proprio stile personale, umano e professionale, nella relazione con l’altro.
Tema centrale dell’ultimo anno è lo sviluppo e l’attivazione di motivazione, risorse e funzioni esistenziali per accompagna se stessi e gli altri nella difficile sfida del cambiamento nei momenti di impasse fisiologici nel ciclo della vita degli individui e dei gruppi, nei diversi contesti in cui si declina l’intervento di counselling (pedagogico, sociale…)
Nella formazione ampia rilevanza assume la tematica dell’ orientamento, inteso come approccio che pone il soggetto al centro delle proprie scelte, stimolando e promuovendo l’ attivazione di risorse e la creatività. Prima della conclusione dell’ anno formativo un’ attività di orientamento rivolta agli allievi consente la stesura di progetti di vita/professionali personalizzati e di bilanci di competenze individuali.
RICERCHE E MATERIALI DI CONSULTAZIONE SUL COUNSELLING
DEFINIZIONE, AMBITI DI APPLICAZIONE E BISOGNI DELL' UTENZA SUL TERRITORIO
Il counselling è una professione emergente, orientata al benessere ed allo sviluppo dell’ individuo. Non esiste un termine italiano che lo possa tradurre in maniera precisa, per cui si è inserito nella nostra cultura con la terminologia originaria dei paesi in cui si è sviluppato.
“Counselling” è abbastanza sovrapponibile al termine consulenza d’ aiuto o consulenza alla persona. E’ una pratica ed una professione emergente in Italia ed in altri paesi europei, ma in altri come l’ Inghilterra o gli Stati Uniti vanta una storia ormai pluridecennale; in realtà, è una professione emergente solo nella sua terminologia e nella sua strutturazione poiché, nei suoi intenti, l’ azione umana finalizzata all’ aiuto delle persone ha una storia ben più antica di tutte le professioni o pratiche che perseguono ciò.
Il counselling consiste in una serie di conoscenze, abilità ed atteggiamenti finalizzati ad aiutare qualcun altro e, in questo senso, permette di fare professionalmente e consapevolmente ciò che appartiene ad un’ inclinazione implicita e connaturata nell’ animo umano: i genitori aiutano i loro bimbi, così come ci si aiuta tra amici o tra colleghi.
Di fatto, forme di aiuto tra gli esseri umani sono omnipresenti nella nostra vita odierna così come nel passato; il counsellor, quindi, nel suo specifico, non fa qualcosa di diverso da quello che spontaneamente succede tra gli individui nel momento del bisogno o della difficoltà: egli, però, è formato e addestrato per poter agire in modo professionale con l’ obiettivo di essere più efficace e rispondente alle necessità che si presentano e, soprattutto, ha le competenze per poter gestire una relazione d’ aiuto e non soltanto la capacità di utilizzare alcune tecniche comunicative finalizzate all’ aiuto.
Ci sono più definizioni di counselling che possiamo ritrovare in letteratura:
DEFINIZIONI
“ Il counselling consiste nell’ aiutare il cliente a prendere una decisione riguardo a scelte di carattere personale ( ad esempio come scegliere un lavoro o un corso di studi ) o a problemi o difficoltà speciali che lo riguardano direttamente.” ( Burnett, 1977 )
“Il counselling è una relazione professionale tra un counsellor formato ed un cliente. Tale relazione è generalmente persona-a-persona anche se a volte coinvolge più di due persone. Il counselling ha l’ intento di aiutare il cliente a comprendere e chiarire la propria visione del mondo e ad imparare a raggiungere i propri obiettivi in modo significativo, attraverso scelte consapevoli e mediante la risoluzione di problemi di natura emozionale o interpersonale.” ( H.M. Burks; B. Steffelre, 1979 )
“ Il termine counselling include un lavoro con gli individui e con i gruppi affinché si possano sviluppare, possano supportare momenti di crisi, e trovare soluzioni a specifici problemi…L’ obiettivo del counselling è fornire al cliente un’ opportunità di esplorare, chiarire e scoprire modi di vivere più soddisfacenti e pieni di risorse.” ( BAC-British Association for Counselling, 1984 )
“Il counselling risulta un’ insieme di tecniche, abilità e atteggiamenti per aiutare le persone a gestire i loro problemi utilizzando le loro risorse personali.” ( Reddy, 1987 )
“Si definisce counsellor colui che regolarmente o temporaneamente offre o accorda esplicitamente di offrire tempo, attenzione e rispetto a persone calate momentaneamente nel ruolo di clienti. L’ obiettivo del counselling è quello di dare al cliente un’ opportunità di esplorare e scoprire modi di vita più ricchi di risorse e di maggior benessere.” ( BAC-British Association for Counselling, 1991 )
“Il counselling è un’ attività alla quale partecipa liberamente la persona in cerca d’ aiuto ed offer l’ opportunità di identificare aspetti che per il cliente risultano essere problematici. E’ contrattata in modo chiaro ed esplicito, ed i confini della relazione sono ben identificati. Quest’ attività mira a favorire l’ autoesplorazione e l’ autocomprensione. Il processo dovrebbe aiutare ad identificare pensieri, emozioni e comportamenti che, una volta chiariti, possono offrire al cliente una maggiore consapevolezza delle proprie risorse ed una maggiore autodeterminazione.” ( J. Russell, G. Dexter, T. Bond, 1992 ). Advice, Guidance and Counselling Lead Body.
“Il counselling è una relazione caratterizzata dall’ applicazione di una o più teorie psicologiche e di una serie di riconosciute abilità communicative modificate dall’ esperienza, intuizione e altri fattori interpersonali alle preoccupazioni intime del cliente, problemi o aspirazioni. Nella relazione di counselling prevale l’ attitudine di facilitare piuttosto che dare consigli o essere coercitivi. Il counselling può essere breve o più lungo, trovare spazio nelle organizzazioni o in un settino privato e può sovrapporsi o meno con assistenze pratiche, mediche o di altro tipo. Il counselling è da un lato un’ attività definita intrapresa dalla persona che occupa il ruolo di counsellor e il cliente (…) e, dall’ altro, è una professione emergente (…)
Il counselling è un servizio ricevuto dalle persone in stato di stress o in qualche grado di confusione che vuole discutere e risolvere questo in una relazione che è più strutturata e confidenziale dei rapporti di amicizia, e forse meno stigmatizzata rispetto alla relazione d’ aiuto medica o psichiatrica.” (Feltham; Dryden, 1993 )
“Il counselling può essere definito come un processo attraverso il quale una persona aiuta un’ altra persona a chiarire la sua situazione di vita e a decidere possibili linee d’ azione. La mancanza di chiarezza spesso genera ansia. Siamo spaventati da ciò che non conosciamo e tale paura e la mancanza di chiarezza spesso porta, di conseguenza, all’ inazione.”
( P. Burnard, 1994 )
Dalle origini del suo sviluppo, avvenuto nella prima metà del secolo scorso, il counselling ha visto una moltitudine di ricercatori e professionisti impegnati nell’ elaborazione di modelli teorici, di strategie d’ intervento, di modalità e ambiti di applicazione; lo sviluppo del counselling si è accompagnato, ed al tempo stesso ha facilitato, un grande movimento culturale nel secolo scorso da cui è derivata una ricca produzione culturale, con la conseguente moltitudine di definizioni. Al di là delle singole differenze, però, scorrendo le varie definizioni dalle fonti più significative in letteratura, ritroviamo alcuni elementi ricorrenti, che costituiscono gli aspetti più importanti per una definizione e per una caratterizzazione di questa professione.
In primo luogo, il counselling è una professione che si rivolge a persone sostanzialmente sane: si occupa, cioè, di quelle forme di disagio che non sono inquadrate nei tradizionali capitoli psicopatologici della psicologia clinica o della psichiatria. L’ oggetto del counselling è. Infatti, la qualità della vita dell’ individuo, il suo grado di autonomia ed il suo senso di soddisfazione esistenziale. Si occupa, pertanto, delle comuni problematiche di vita ed è orientato alla realizzazione dell’ individuo; l’ intento del counsellor non è certamente quello di curare un individuo malato o che presenta dei disturbi, quanto quello di aiutarlo ad aiutarsi: il counsellor, come in una sorta di compagno di viaggio, insegna a chi ne ha bisogno gli strumenti per gestire meglio le sue problematiche e per raggiungere i suoi obiettivi, gli offre chiavi di lettura efficaci per comprendere le situazioni difficili, facilita la mobilizzazione delle sue risorse personali e lo aiuta a scoprire ciò che più gli dà senso nella vita.Il counsellor, in altri termini, si pone in una relazione rispettando la soggettività del cliente e la sua diversità, rinuncia alla posizione di esperto sulla vita altrui e lavora con l’ intento di promuovere in lui forza, autonomia e responsabilità. L’ obiettivo è fondato sul diritto ad una vita piena, soddisfacente ed esistenzialmente significativa per ognuno.
In secondo luogo, per le caratteristiche non cliniche del suo intervento, la pratica del counselling è trasversalmente applicabile in svariati spaccati sociali. Non c’ è ambito dell’ esistenza umana, infatti, che non presenti problemi o difficoltà: dalla qualità delle relazioni affettive o professionali, alla realizzazione professionale, al coronamento delle aspirazioni personali. Il counselling, da questo punto di vista, è la risposta ad una società, come quella attuale, con bisogni sempre più emergenti in ambiti molto differenti: dalla sanità al mondo della scuola, dal mondo professionale dell’ azienda agli ambiti sociali minati dalla multiculturalità e dalla precarietà delle condizioni di vita. Negli ultimi decenni , gli operatori delle professioni d’ aiuto, che da questo punto di vista, quindi, interessa a 360° la nostra società, si ritrovano sollecitati da situazioni sempre più difficili e sempre meno supportati da una politica mirata e seriamente interessata a questi aspetti.
La pratica del counselling diventa quindi elemento indispensabile per far fronte a richieste sempre più numerose di efficacia nella relazione d’ aiuto, da un lato per assolvere alle esigenze dell’ utenza, ma dall’ altro per il benessere degli operatori stessi, a rischio quotidiano di burn-out.
In terzo luogo, il counselling è una professione che si fonda su una serie di strumenti di tipo relazionale.
La comunicazione rappresenta una delle dimensioni cruciali dell’ esistenza: dalla comunicazione con gli altri a quella con se stessi. Il counsellor utilizza la comunicazione come mezzo più sofisticato per la qualità dell’ interazione, e la relazione come luogo privilegiato della trasformazione; potremo dire che è un esperto della relazione: le sue competenze sono indirizzate ad instaurare una relazione funzionale con il cliente che ha lo scopo di promuovere in quest’ ultimo forme efficaci di relazione con gli altri, con l’ ambiente e con se stesso; l’ intervento d’ aiuto, quindi, non è di tipo oggettivo, bensì relazionale: in accordo con l’ antico aforisma di Lao Tzu, il counsellor non dà pesci, ma insegna a pescare.
Il counselling , quindi, s’ inserisce, a tutti gli effetti, nelle attività di promozione della salute, intesa nel senso più ampio e globale del termine, e di sviluppo dell’ individuo.Come dicevamo in apertura, il counselling in Italia ha una storia relativamente recente; nel nostro paese si è assistito soprattutto negli ultimi quindici anni ad un’ espansione di questa pratica sia in termini di offerta formativa che di applicazione professionale. Nel 2000, inoltre, il Comitato Nazionale di Economia e Lavoro ( CNEL ) ha inserito i counselling tra le libere attività professionali non-ordinistiche, ovvero quelle non regolamentate da ordini o collegi professionali, bensì da associazioni professionali: questo riconoscimento è stato un passo decisivo e che ha reso il counselling partecipe del dibattito sul riordino delle libere attività professionali: a tale scopo, si è visto anche il recente fiorire di numerose associazioni.
Nell’ intento di dare una definizione a questa professione emergente, quindi, proponiamo la definizione tratta dal panorama culturale italiano che è stata data dalla Federazione Nazionale delle Associazioni AICo, una delle realtà associative più rappresentative del nostro paese storicamente più rappresentative ed importanti nello sviluppo e nella regolamentazione del counselling:
Definizione di Counselling:
“ Il counselling è un processo di apprendimento, attraverso un’ interazione tra Counsellor e Cliente, o Clienti (individui, famiglie, gruppi o istituzioni ), che affronta in modo solistico problemi sociali, culturali e/o emozionali. Il counselling può cercare la soluzione di specifici problemi, aiutare a prendere decisioni, a gestire crisi, migliorare relazioni, sviluppare risorse, promuovere e sviluppare la consapevolezza personale, lavorare con emozioni e pensieri, percezioni e conflitti interni e/o esterni. L’ obiettivo, nel suo complesso, è quello di fornire ai clienti opportunità di lavoro su se stessi, nell’ ottica di raggiungere maggiori risorse e ottenere una maggiore soddisfazione come individui e come membri della società”.
Definizione di counsellor:
“Il Counsellor è un operatore d’ aiuto in tutte quelle situazioni che hanno a che fare con relazioni umane, da quelle professionali a quelle interpersonali fino a quelle con se stessi. Il concetto di relazione d’ aiuto si può intendere, naturalmente, in varie maniere: una è quella dell’ aiuto Attraverso la relazione, in cui la relazione appunto fra operatore e cliente è paradigma relazionale, la cui qualità funziona come esempio per le altre relazioni. Altra implicazione possibile è che si tratti di aiutare ad aiutarsi: l’ operatore in questo caso avrebbe una funzione di catalizzatore di avvenimenti interni, e non di sostituto di capacità mancanti”.
Questa definizione, elaborata dalla Federazione Nazionale delle Associazioni AICo, è particolarmente esaustiva, dal momento che riassume in sé tutti gli elementi maggiormente caratterizzanti le specifiche di tale professione.
Innanzitutto, sancisce un approccio solistico. Il cliente è considerato come persona nel senso più pieno del termine. Si occupa dei bisogni e delle aspirazioni dell’ individuo nel pieno rispetto della sua soggettività e della sua unicità; in questo assume a pieno titolo la posizione esistenzialista del diritto di ognuno, nella propria responsabilità, a fare della propria esistenza l’ esperienza che più preferisce.
La persona, inoltre, è considerata e rispettata all’ interno del suo specifico contesto, dall’ ambiente in quanto tale, alle caratteristiche culturali, ideologiche e valoriali che ne conseguono: è nel rapporto con il proprio ambiente, infatti, che nascono desideri, sfide, e aspirazioni, ma anche problemi, conflitti e crisi. Il counselling si occupa di tutto ciò possa facilitare questo rapporto tra l’ individuo ed il suo contesto, proprio perché pienezza e soddisfazione appaiono connesse in maniera imprescindibile al mondo abitato.
Inoltre, sancisce la centralità della relazione, da strumento d’ intervento con il cliente ad aspetto fondamentale per la qualità della vita di quest’ ultimo. Il counsellor è un esperto della relazione e dei processi comunicativi: lavora attraverso la relazione e sulla relazione. La relazione, quindi, è concepita come potenzialmente costruttiva e, per questo motivo, animata ed ispirata ai valori di collaborazione e democrazia, non necessariamente in chiave politica, quanto funzionalmente radicata sul concetto di “dialogicità” umanistica.
Il counsellor costruisce assieme al suo cliente una relazione basata sul rispetto e sulla fiducia, al servizio degli obiettivi del cliente. La relazione, così, non è garantita dal contratto né realizzabile d’ ufficio: è un’ esperienza impostata e conquistata reciprocamente, momento dopo momento. In altri termini, la relazione di counselling è uno spazio dialogico di reciproca significatività, costruita e partecipata da entrambi, dove le caratteristiche che ne determinano la funzionalità non sono differenti dalle caratteristiche di funzionalità stessa della relazione del cliente con se stesso.
Infine, sancisce l’ obiettivo di autonomia. Lo scopo è sì il raggiungimento degli obiettivi del cliente, ma perseguiti attraverso risorse e potenzialità del cliente stesso: in questi termini, il counselling è una pratica che promuove la responsabilità e l’ indipendenza del cliente. Il concetto di aiutare ad aiutarsi è quello che, probabilmente, meglio riassume questa intenzione da parte del counsellor. L’ aiuto ha, infatti, due facce: dietro la buona intenzione del fare del bene spesso si cela il rischio pericolosissimo del fare al posto dell’ altro: dare un pesce, invece che insegnare a pescare. Anche se apprezzabile nell’ apparenza e scontata in un certo tipo di cultura, questa modalità d’ aiuto rappresenta una delle forme più sottili di manipolazione , mantenendo l’ individuo in condizioni di dipendenza ed inferiorità.
Esempi di questa trappola possono essere riscontrati dai genitori con i figli, dai manager con il personale, dagli insegnanti con gli allievi e dagli operatori del welfare con gli assistiti, solo per citarne alcuni.
Il counsellor rifiuta deontologicamente di sostituirsi all’ altro; non fa per l’ altro, ma aiuta l’ altro a fare, fiducioso delle sue risorse e delle sue potenzialità.
Aiutare ad aiutarsi rappresenta, quindi, il paradigma operativo della pratica e della professione del coun selling come logica conseguenza del rispetto per l’ individuo e come logica conseguenza dell’ obiettivo perseguito: lo sviluppo ed il benessere dello stesso.
AMBITI DI APPLICAZIONE
Il counselling, essendo orientato alla persona e al suo benessere, ed occupandosi di problematiche trasversali, è una professione che trova ambiti di applicazione alquanto diversificati. Sostanzialmente, il counsellor opera in due ambiti fondamentali: quello privato e quello istituzionale. Nell’ambito privato, il counsellor lavora con clienti che accedono spontaneamente o su invio ed opera direttamente all’interno del suo contesto, ossia, in uno studio proprio o associato con altri colleghi o in un centro privato. Nell’ambito istituzionale, invece, il counsellor lavora all’interno di un servizio offerto da una struttura (scuola, ente pubblico, azienda, etc..) al quale accedono i clienti, sempre spontaneamente o su invio.
1. IL COUNSELLING NELLE ISTITUZIONI SOCIO-SANITARIE
Il counsellor socio-sanitario si rivolge sia ai pazienti che agli operatori per tutte quelle problematiche che emergono dalla compromissione, nel breve o lungo termine, della salute e dalle implicazioni che ne derivano nel porvi rimedio (Toneguzzi, Pedrinelli, 2000). Il counselling in ambito socio-sanitario è una pratica mirata a gestire efficacemente la sofferenza e il disagio emozionale, sociale e relazionale; identificare i bisogni ed aiutare i clienti a descrivere i loro sintomi; gestire le crisi e le difficoltà familiari; gestire la reazione a diagnosi o prognosi difficili; aiutare i pazienti nel cambiamento delle abitudini dannose per la loro salute; saper creare una relazione di collaborazione sinergica con il personale medico.
Gli interventi di counselling maggiormente consolidati nel contesto socio-sanitario sono:
1.Counselling con i pazienti HIV-positivi
2.Counselling genetico
3.Counselling nelle malattie terminali
4.Counselling nelle malattie croniche
5.Counselling perinatale
6.Counselling nella medicina di base
7.Gruppi di counselling e supervisione agli operatori
2. IL COUNSELLING NELLE ISTITUZIONI SCOLASTICHE
Il counselling scolastico si riferisce ai principi della comunicazione efficace e delle dinamiche relazionali in quanto premessa necessaria per il conseguimento di risultati positivi nell’ambito dei processi di insegnamento/apprendimento (Di Fabio, 1999).Il counselling in ambito scolastico mira a creare un clima di fiducia, stima e rispetto; a favorire l’apprendimento, l’interesse e la maturazione culturale; a sviluppare l’autostima; a gestire l’autorità e la disciplina e favorire il senso di responsabilità; a sapere individuare e gestire le situazioni di conflitto o di crisi; a prevenire il disagio giovanile; gestire i fenomeni di aggressività e violenza; a gestire in modo costruttivo la relazione scuola-allievo-famiglia e favorire l’integrazione tra le diverse figure educatrici.
Gli interventi di counselling maggiormente consolidati nel contesto scolastico-educativo sono:
8.Orientamento
9.Sportelli d’ascolto
10.Interventi per ridurre la dispersione scolastica ed il disagio giovanile
11.Supporto e supervisione agli insegnanti
3. IL COUNSELLING NELLE ORGANIZZAZIONI E NELLE AZIENDE
La cornice di riferimento all’interno della quale si muove il counselling aziendale è la vita professionale degli individui, considerando la qualità dei luoghi di lavoro e le condizioni dei lavoratori. Nel contesto lavorativo, si possono isolare alcune tappe o fasi fondamentali più o meno critiche, soggette a difficoltà, problemi e conflitti che vengono tipicamente riassunti nel termine di “stress professionale” (Fontana, 1989). I fattori maggiormente evidenziati sono: il sovraccarico e i ritmi elevati; il lavoro solitario, monotono e ripetitivo; il rischio di violenza; i turni e i ritmi irregolari; i conflitti e le ostilità; i cambiamenti continui e insicurezza; le aspettative e i ruoli poco chiari; il contatto emotivo con le persone; i compiti complessi; i rischi di incidenti e l’ambiente fisico poco idoneo.
Il counselling in ambito aziendale, quindi, è una pratica per affinare le abilità di leadership; saper coniugare la logica della qualità con il fattore umano; facilitare la diffusione della mission aziendale, saper leggere e intervenire sui fattori che determinano il clima aziendale; saper individuare le cause di demotivazione; gestire i conflitti e promuovere e facilitare il team-building; saper raccogliere e leggere i bisogni formativi del personale; integrare le proposte formative e gestire efficacemente la comunicazione interna ed sterna dell’azienda.
Gli interventi di counselling maggiormente consolidati nel contesto aziendale e professionale sono:
12.Career counselling e bilancio di competenze
13.Supporto e sostegno nella gestione del personale
14.Supporto e sostegno su eventi traumatici
15.Pensionamento e Outplacement
4. IL COUNSELLING NELLO SPORT
Il contesto di riferimento all’interno del quale opera il conuselling sportivo è quello della prestazione sportiva che influenza lo sviluppo e la crescita personale dell’individuo.Nello sport, l’atleta si trova a vivere numerose situazioni che possono provocare insorgenza di tensione emotiva o disagio e per questo il counsellor sportivo è chiamato a sostenere lo sportivo nella risoluzione di queste problematiche, a motivarlo nei momenti di difficoltà e fatica, e a facilitare il superamento di particolari fasi della propria carriera agonistica.
Il counselling sportivo può essere quindi di supporto all’atleta che vuole apprendere e controllare le emozioni, gestire lo stress o l’ansia, tarare o raggiungere i propri obiettivi, scoprire nuove strategie, focalizzare e concentrare l’energia o l’attenzione. I beneficiari di un intervento di questo tipo di counselling possono essere singoli atleti che praticano sport individuali, squadre, gruppi ed allenatori. Generalmente, l’obiettivo è quello di migliorare le prestazioni atletiche integrandole con un’adeguata preparazione mentale.
Un utile sostegno è rappresentato dalle tecniche di allenamento mentale (Mental Training), che si avvale di alcune strategie o abilità mentali, tra cui: formulazione di obiettivi (Goal Setting); controllo dei pensieri (Self Talk); abilità immaginative (Imagery); concentrazione e focalizzazione dell’attenzione (Focusing); capacità di rilassamento, gestione dello stress, ansia e dolore; capacità di attivazione (Arousal).
LA DOMANDA DI COUNSELLING IN ITALIA
Nella società civile affiora oggi una vivace richiesta di counselling che riguarda ormai, oltre i temi classici del disagio psichico e del ciclo di vita, la promozione del benessere e della qualità della vita, lo sviluppo delle relzioni interpersonali, le dinamiche di gruppo e di comunità, la gestione del cambiamento, gli stili di vita e la salute, i problemi dell’ invecchiamento e così via.
Un momento di incertezza e di ambiguità nel posizionamento professionale del counselling deriva, tra l’ altro, dal persistere di ancoraggi tradizionali ( connessi all’ ambito della psicoterapia e del disagio mentale ), che esprimono segmenti di mercato ormai ampiamente maturi, e, nel contempo dalla scarsa visibilità e dalla ridotta attrattiva di progetti professionali più attuali. E’ infatti opinione diffusa tra i counsellor, che i mestirei tradizionali in ambito psicologico e della relazione di aiuto abbiano esaurito la loro capacità di spinta e di espansione, mentre applicazioni oggi ancora poco praticate o considerate marginali appaiono più promettenti per il prossimo futuro. Da un lato, le professioni inserite nel sistema sanitario e nell’ ambito clinico sembrano avere un domani incerto, soprattutto in riferimento alle possibilità di ulteriore crescita ed espansione; dall’ altro il mondo della scuola e l’ universo aziendale manifestano aperture più allettanti.
In questo quadro un ulteriore aspetto di complessità è introdotto dalla liberalizzazione delle professioni e dal cosiddetto neo-professionalismo. Entrambe queste tendenze si inscrivono nella crisi che attraversa il mondo delle libere professioni, specie quelle meno solide e assestate. Crisi che, per un verso, tocca i recinti protettivi, eretti anche grazie alla istituzione degli Ordini; per l’ altro, rompe il legame forte tra sapere e campo d’ azione delle professioni tradizionali ( per esempio, medicina, giurisprudenza, psicologia ) tollerando che più paradigmi applicativi siano tra loro in concorrenza all’ interno dello stesso campo d’ azione.
I PARADIGMI FONDAMENTALI DELLA DOMANDA DI COUNSELLING
Un dato rilevante per individuare l’ immagine del counsellor presente tra gli italiani fa riferimento alle attività che gli sono riconosciute come proprie e alle situazioni e ai contesti in cui le persone fanno o farebbero ricorso a questa figura professionale.
Tra le famiglie italiane emerge una spontanea domanda di counselling che non è di natura clinica ma riguarda fondamentalmente la qualità della vita ed è stimolata dall’ esigenza di affrontare un disagio individuale o familiare.
Sembra che una ragione per rivolgersi al counsellor abbia a che vedere con il miglioramento di vita proprio e dei propri familiari. In questo caso al counsellor viene riconosciuto un ruolo di facilitatore dlle relazioni e della crescita individuale, di sostegno nella soluzione di problemi quotidiani, nelle scelte inerenti l’ educazione o il lavoro e comunque nelle decisioni importanti.
La seconda dimensione fa invece riferimento a quella che potremmo definire “domanda situata”.
In questo caso infatti sembra che l’incontro con lo psicologo non sia tanto determinato da un problema o da un bisogno, quanto piuttosto dal luogo, dall’ ambito in cui avviene: il lavoro, la scuola o il volontariato.
La terza dimensione sottolinea l’ attitudine del counsellor all’ ascolto e a soccorrere in presenza di generiche domande di aiuto.
LE COMPETENZE DEL COUNSELLING E LE POTENZIALITA' DI PLACEMENT
Per descrivere le competenze del counsellor sicuramente non è sufficiente rilevare skills acquisiti durante percorsi scolastici/universitari comuni , in quanto al momento essi sono estremamente variegati e differenziati. Percorsi formativi per counsellor rappresentano al momento una base comune, pur nella diversità degli approcci delle diverse scuole, ma resta pur vero che competenze trasferibili in ambito sociale nel caso dei counsellor sono state acquisite e valorizzate soprattutto attraverso gli approfondimenti precedenti e/o successivi alla formazione di base oltre che alle esperienze informali ( volontariato, ecc. ) e lavorative pregresse.
Comunemente per rintracciare il profilo professionale di un soggetto si usa distinguere le competenze in sapere: la preparazione personale e culturale acquisita con diploma, laurea, altre formazione; in saper fare: competenze tecniche e capacità funzionale nell’ eseguire uno specifico compito professionale; in saper essere: ritenuto oggi fondamentale per un raggiungimento professionale di successo. Le competenze del saper essere sono quelle intrinseche nella personalità del soggetto, esse coinvolgono gli aspetti legati alle motivazioni, alla relazionalità, alla condivisione e all’ interesse verso determinate tematiche ( ad es. la mission dell’ organizzazione in cui si lavora ).
Tali aspetti, più personali che professionali, vanno sempre di più ad intrecciarsi alle competenze tecnico-funzionali e si traducono, poi, in abilità e capacità nel riadattare con innovatività, sperimentare e rivedere criticamente vecchi modelli.
Da questo ne consegue che il “saper fare” e il “saper essere” sono in stretta correlazione tra di loro e quando le nuove abilità/capacità vengono codificate in nuove competenze vanno ad implementare il bagaglio delle skills già acquisite.
Ciò che si ritiene particolarmente importante in un processo di sviluppo di nuove competenze è l’ insieme del contesto operativo e organizzativo ( interno ed esterno ai contesti di lavoro ); gli aspetti culturali e valoriali degli ambiti in cui si opera.
In una ricerca svolta tra le famiglie italiane gli ambiti in cui le competenze dei counsellor sembrano essere maggiormente richieste possono essere suddivisi in due raggruppamenti. Il primo raccoglie abilità di sostegno alla persona ( lo stare con gli altri, la scuola e l’ educazione, l’ emarginazione sociale, il disagio ), ma che possono anche riguardare aspetti di gestione aziendale come la consulenza organizzativa e lo sviluppo del personale. In tutti questi ambiti le competenze di counselling sono percepite come fortemente necessarie, e si associa la relazione di aiuto all’ accompagnamento nella gestione di un problema, sia esso individuale, sociale o organizzativo.
Il secondo raggruppamento comprende invece quei settori più di frontiera, in cui probabilmente l’ impiego di competenze relazionali e di counselling è ancora ritenuto, nell’ immagine collettiva , come pertinente e caratterizzante. Questi riguardano l’ economia e il marketing, la comunicazione e la pubblicità, la moda, internet e le nuove tecnologie, l’ ergonomia e la sicurezza sul lavoro, ma anche la promozione del benessere. Sono questi settori professionali di più recente sviluppo, che spesso portano con sé diverse modalità di organizzazione del lavoro. Dove, per prevedere competenze di counselling, è necessario essere a conoscenza di quel sapere che non riguarda in senso stretto la cura o il prendersi cura, quanto piuttosto aspetti del “funzionamento” e dello “sviluppo” individuale, sociale e organizzativo.
Merita osservare che coloro che meno riconoscono le competenze di counselling nel primo raggruppamento individuato sono proprio le fasce d’ età più giovani e più anziane, in cui si è evidenziata una minor tendenza a rivolgersi al counsellor. Allo stesso tempo emerge una tendenza dei più giovani ( 18-25 anni ) a riconoscere maggiormente le competenze di counselling come utili negli ambiti indicati nel secondo raggruppamento. Questo dato potrebbe far pensare al fatto che tra la popolazione più giovane si stia lentamente sviluppando e meglio definendo un’ immagine del counsellor o operatore nella relazione d’ aiuto. Nelle aziende sono ritenute competenze specifiche del counsellor la certificazione e il miglioramento della qualità, gli interventi sulla comunicazione e sull’ immagine sociale, la gestione dell’ emergenza e dell’ ergonomia.
IL COUNSELLING E IL TERZO SETTORE
Il terzo settore da alcuni anni a questa parte è cresciuto e si è consolidato assumendo una pari rilevanza con i settori dello Stato e del mercato che hanno rappresentato – almeno fino a due decenni fa – le principali modalità di risposta ai bisogni sociali vecchi e nuovi. Dal punto di vista operativo il terzo settore, infatti, ha assunto una capacità di azione sempre più professionale, specializzata e diversificata, e in tutto l’ arco dell’ offerta di servizi, e proprio per questo in grado di rispondere al mutare dei bisogni e alla personalizzazione degli interventi rivolti ai destinatari.
In questo scenario caratterizzato da una molteplicità di soggetti sociali, per altro investiti da importanti potenzialità occupazionali, come si inserisce la professionalità dei counsellor che trovano una “naturale” collocazione negli ambiti del sociale ?
Con quali percorsi e quale livello di soddisfazione contribuiscono ad accrescere la professionalità e la qualità dei servizi del terzo settore ?
Con quale ruolo e a quale richiesta di impegno, mansioni e competenze i counsellor rispondono a questa realtà del privato sociale ?
E ancora, quali i principali aspetti critici o nodi problematici incontrano questi professionisti nello svolgimento della professione, nel rapporto con l’ organizzazione e con altre figure professionali ?
Scopo finale della ricerca che stiamo portando avanti è quello di valorizzare il patrimonio di esperienze professionali dei counsellor svelando conoscenze e pratiche operative acquisite ed in fase di acquisizione nel terzo settore al fine di impostare percorsi formativi di livello avanzato, ampliare e consolidare spazi di intervento, oltre che fornire importanti elementi di orientamento verso una scelta di lavoro sempre più consapevole e meno di ripiego o di prima collocazione lavorative.
Più in dettaglio gli obiettivi possono essere così descritti:
- quantificare e rintracciare la presenza di esperti nella relazione di aiuto ( counsellor ) nel terzo settore. In altre parole, quanti e dove sono e dove ce n’è bisogno: ovvero in quali nicchie del terzo settore ( ed a partire da quali formazioni ed esperienze ) trovano collocazione. In altre parole: quale è la portata reale e potenziale e quale la destinazione del lavoro del counsellor nel variegato mondo del no-profit ?
- descrivere quale percorso sia formativo che professionale ha condotto gli operatori nella relazione di aiuto ad inserirsi nel terzo settore o a volervisi inserire: le motivazioni della scelta.
- conoscere le esperienze lavorative attuali degli operatori nella relazione di aiuto, ovvero come vengono impiegati e cosa fanno; modalità di impiego , titoli formali ed esperienze richieste, incarichi espletati, percorsi di formazione continua, utilizzo delle conoscenze acquisite nella pratica lavorativa al fine di descrivere posizioni, ruoli e status rivelatori anche di nuovi spazi professionali oltre che di “nuove professionalità in ambito sociale e psicologico”.
- rilevare la percezione che essi hanno del proprio lavoro, come valutano la loro esperienza nella realtà no-profit: grado di soddisfazione lavorativa, problemi e soluzioni, aspetti relazionali e organizzativi nell’ espletamento del lavoro, la coerenza con le aspettative iniziali e previsioni future.
NUOVE PROSPETTIVE PER NUOVI POTENZIALI UTENTI: DAL PUNTO DI VISTA DELLE ASSOCIAZIONI DI CONSUMATORI
Che è successo ai consumatori ?
Con l’ avanzare dei processi di globalizzazione abbiamo assistito negli ultimi due decenni a cambiamenti assai significativi nell’ atteggiamento dei consumatori, cioè dell’ anello finale del complesso sistema di produzione.
Cambiamenti che sono strettamente collegati all’ area geografica, sociale, educazionale, di genere, di reddito, eccetera.
Tuttavia, nonostante la complessità crescente del tessuto sociale e la difficoltà proporzionalmente crescente di analizzarlo ed interpretarlo, l’ universo dei consumatori si è mosso all’ interno dei processi di globalizzazione in modo relativamente anche se non sufficientemente descrivibile.
Nella sostanza si è passati da un insieme di mercati locali fortemente caratterizzati da una dimensione nazionale o sub-nazionale e da una segmentazione e diversificazione dei consumi assai spinta a una dimensione di mercato nazionale e sopranazionale caratterizzata da forti e veloci fenomeni di standardizzazione dei consumi stessi.
Una standardizzazione che si è incentrata, agli albori del completo dispiegarsi della globalizzazione, sulla grande fascia intermedia dei consumi che ha costituito il centro della gaussiana sociale con code di consumo permanente di basso livello e/o forte caratterizzazione locale e simmetriche code di consumo di elite.
La necessità del sistema delle imprese di imporre standard di consumo che accompagnassero il continuo espandersi delle produzioni e dei mercati ha fatto sì che sempre più il consumatore sia stato messo sotto una potente lente di ingrandimento che consentisse alle strategie imprenditoriali di associare alle scelte produttive un soggetto terminale di mercato coinvolto e attirato nel consumo soprattutto sotto la spinta della soddisfazione di alcuni bisogni dirompenti compressi fin dalla fase del dopoguerra: alimentazione, abitazione, abbigliamento, elettrodomestici, eccetera.
Due decenni fa questo processo di standardizzazione entra in crisi. Non è questa la sede per descrivere i profondi e rapidissimi cambiamenti economici, sociali e geopolitica alla base di questa svolta. Vale tuttavia la pena di richiamarne alcuni effetti sul piano sociale e della trasformazione delle modalità e degli atteggiamenti di consumo.
Gli effetti sul piano sociale, simmetrici a livello mondiale e delle singole realtà di area e nazionali, sono oggi sotto i nostri occhi. Nei decenni precedenti all’ ultimo del secolo scorso era stata la spinta degli strati sociali meno abbienti a richiedere ed ottenere una distribuzione del reddito e dei diritti più equa e adeguata ai processi di inurbamento ed erano stati i giovani-rappresentanti della crisi morale e di valori dell’ ampio corpo sociale intermedio oltre che del ceto medio intellettuale e non- ad accompagnare questa spinta con una critica profonda agli effetti negativi del consumismo e con un tentativo generoso e irrimediabilmente sconfitto di disegnare modelli alternativi di valori e di consumo.
L’ ultima fase del 1900 e l’ aprirsi del nuovo secolo ci consegnano una società non più caratterizzata dal ceto medio come baricentro delle modalità di produzione e consumo ma da una divaricazione, che velocemente ed inesorabilmente si va estendendo, di redditi, diritti e consumi.
L’ alimentazione ed i consumi alimentari sono esempio illuminante di queste trasformazioni: al tramonto del 1900 appaiono da un lato gli hard discount e le catene di cibo spazzatura e dall’ altro emerge un consumo alimentare di elite sempre più sofisticato, legato a territori irripetibili, caratterizzato dall’ esclusività e da prezzi in certi casi talmente avulsi dal valore reale da far diventare alcuni prodotti astratti strumenti di transazioni finanziarie.
Il consumatore in questo quadro perde la bussola della razionalità sia nelle aree di trading down che in quelle di trading up e trova motivazioni non solo e non tanto sul piano razionale quanto piuttosto sul piano emozionale e di status.
E questo vale non solo nella dimensione del superfluo ma anche per un elemento basilare come il cibo.
Il consumo, inoltre, non si confronta più con una dimensione valoriale; il corpo sociale non è più sede di un lavoro critico-collettivo.
Le società di consumatori tendono verso la disgregazione dei gruppi a vantaggio della formazione degli sciami perché il consumo è un’ attività solitaria ( è perfino l’ archetipo della solitudine ) anche quando avviene in compagnia.
La società dei consumatori aspira alla gratificazione dei desideri più di qualsiasi altro tipo di società del passato ma tale gratificazione “deve rimanere una promessa”.
In sostanza l’ individuo con i suoi attributi classici di cittadinanza diventa sempre meno la cellula del sociale che è in grado di controllare e determinare, seppur in misura insoddisfacente, e diventa sempre più uomo globale che si confronta o solamente subisce e accondiscende in solitudine al mercato.
Che piaccia o meno sta di fatto che il consumatore e non il cittadino diventa il protagonista dell’ agire economico e politico. Un protagonista che non ha da aspettarsi un deus ex machina che gli restituisca, sulla scena della vita, la sola speranza di essere artefice della sua fortuna e, tanto meno, di quella della specie.
Ovviamente quelle fin qui svolte sono considerazioni estreme. Tuttavia esse nascono anche dall’ osservazione di quanti si rivolgono alle associazioni dei consumatori per ottenere singolarmente il rispetto dei diritti che in un diverso contesto avrebbero costituito oggetto di un’ azione di gruppo. Inoltre, senza un pesante supporto mediatico si sarebbero rivolti alle associazioni dei consumatori una quantità molto inferiore di individui. E ciò non è comunque stato sufficiente a richiamare la maggior parte di coloro che sono stati truffati. Cioè a dire: anche un consumatore alfabetizzato, in grado di organizzare ad esempio l’ investimento dei suoi risparmi, stenta a organizzarsi come gruppo intorno ad uno specifico problema.
Nella sostanza rimane un soggetto passivo, impaurito dalla potenza delle grandi corporation, dal sistema bancario o, semplicemente, dalla farraginosità della burocrazia. Il consumatore italiano, dunque, nonostante la presenza ormai annosa di sigle assai attive sui temi del consumerismo, preferisce ancora la via individuale a quella collettiva per difendere i suoi più elementari diritti sanciti, peraltro, da leggi nazionali ed europee.
Il consumatore parcellizzato, l’ individuo isolato di fronte al mercato costituisce una sfida etica prima ancora che sociale, politica e assistenziale. Lo “sciame di particelle autopropellenti” di cui parla Bauman non può essere considerata una condizione di non ritorno. E’ proprio dagli Stati Uniti, la patria della standardizzazione iniqua, del mercato acritico, del cibo spazzatura e della divaricazione di reddito più pazzesca fra in e out, fra ricchi e poveri, che ci viene una indicazione di senso.
Una nuova realtà sociale si fa strada dal basso: dalle class action contro le industrie chimiche e del tabacco fino all’ autorganizzazione micro di centinaia di migliaia di gruppi per l’ autoproduzione di energia o l’ acquisto di cibi sani e biologici senza intermediazione i consumatori si stanno svegliando. Move on è una delle sigle più attive ma il fenomeno è diffuso in mille rivoli in tutto il territorio nazionale.La sfida etica sconta in Italia una indifferenza storica dura a morire nei confronti del bene comune, della cosa pubblica, della civitas.
Le associazioni dei consumatori sono interessate a confrontarsi con Counsellor ed operatori del benessere, che si misurano continuamente con la fragilità dell’ individuo nel mondo globalizzato e nel mercato. E a confrontarsi con quanti, nel fare questo, non perdono di vista che difendere i più deboli rendendoli consapevoli e mettendoli in grado di gestire i diritti di cui sono portatori, vuol dire rendere più civile la convivenza e non più povere le casse pubbliche o le ricchezze private.
E’ importante allargare a tutte le professioni un sistema di regole da offrire agli utenti, e la chiarezza delle regole aumenta in modo esponenziale la fiducia in un’ attività professionale. La platea potenziale di persone che hanno bisogno di un’ offerta di sostegno organizzato adeguatamente e a prezzi accessibili è assai elevata.
Bibliografia
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Romano D. (2004), “ Editoriale “, Micro & Macro Marketing “.
Toneguzzi D. (2007), “ Introduzione al counselling – una pratica ed una professione orientate al benessere “;
APPENDICE
D.Lgs. 9-11-2007 n. 206
Attuazione della direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, nonchè della direttiva 2006/100/CE che adegua determinate direttive sulla libera circolazione delle persone a seguito dell'adesione di Bulgaria e Romania.
G.U.. 9 novembre 2007, n. 261.
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
DECRETO 28aprile2008
Requisiti per la individuazione e l'annotazione degli enti di cui
all'articolo 26 del decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206,
nell'elenco delle associazioni rappresentative a livello nazionale
delle professioni regolamentate per le quali non esistono ordini,
albi o collegi, nonche' dei servizi non intellettuali e delle
professioni non regolamentate. Procedimento per la valutazione delle
istanze e per la annotazione nell'elenco. Procedimento per la
revisione e gestione dell'elenco.
IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
di concerto con
IL MINISTRO PER LE POLITICHE EUROPEE
Visto il considerando 16 della direttiva 2005/36/CE del Parlamento
e del Consiglio del 7 settembre 2005;
Visto l'art. 15, comma 2, della direttiva 2005/36/CE;
Visto l'art. 3, comma 2, della direttiva 2005/36/CE;
Visto l'art. 26, commi 1 e 2, del decreto legislativo 9 novembre
2007, n. 206, di attuazione della direttiva 2005/36/CE relativa al
riconoscimento delle qualifiche professionali, nonche' della
direttiva 2006/100/CE che coordina le direttive sulla libera
circolazione delle persone a seguito dell'adesione di Bulgaria e
Romania all'Unione europea, secondo cui la Presidenza del Consiglio
dei Ministri, Dipartimento per il coordinamento delle politiche
comunitarie, al fine di elaborare proposte in materia di piattaforme
comuni di cui all'art. 4, comma 1, lettera n), da sottoporre alla
Commissione europea, convoca apposite conferenze di servizi cui
partecipano le autorita' competenti di cui all'art. 5, e prevede che,
sulla ipotesi di piattaforma elaborata, vengono sentiti: a) se si
tratta di professioni regolamentate: gli ordini, i collegi o gli
albi, ove esistenti, e, in mancanza, le associazioni rappresentative
sul territorio nazionale; b) se si tratta di professioni non
regolamentate in Italia: le associazioni rappresentative sul
territorio nazionale; c) se si tratta di attivita' nell'area dei
servizi non intellettuali e di professioni non regolamentate: le
associazioni di categoria rappresentative a livello nazionale. Le
medesime disposizioni si osservano per quanto attiene alla
partecipazione al procedimento di elaborazione di piattaforme comuni,
proposte da altri Stati membri, da parte degli ordini, collegi, albi,
e delle associazioni rappresentative sul territorio nazionale,
nonche' in ogni altro caso in cui a livello europeo deve essere
espressa la posizione dello Stato in materia di piattaforma comune;
Visto l'art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 novembre 2007,
n. 206;
Ritenuta la necessita' di chiarire le modalita' per la
individuazione dei criteri per la valutazione della
rappresentativita' a livello nazionale delle associazioni delle
professioni regolamentate, ove non siano esistenti ordini, albi o
collegi, delle professioni non regolamentate o delle attivita'
nell'area dei servizi non intellettuali;
Ritenuta la necessita' di individuare le modalita' per l'adozione e
la revoca del decreto di individuazione delle associazioni
rappresentative a livello nazionale, e la loro annotazione
all'interno di un elenco al fine di un'ordinata gestione delle
attivita' conseguenti;
Decreta:
Art. 1.
1. Gli enti di cui all'art. 26 del decreto legislativo 9 novembre
2007, n. 206, sono inseriti, a domanda, nell'elenco tenuto dal
Ministero della giustizia quando sono rappresentativi a livello
nazionale in base al possesso dei seguenti requisiti:
a) che l'attivita' sia svolta in relazione alle professioni
regolamentate definite ai sensi dell'art. 4, comma 1, lettera a) del
decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206, e per le quali non siano
istituiti ordini, albi o collegi o che l'attivita' sia svolta
nell'area dei servizi non intellettuali o in relazione a professioni
non regolamentate, che pertanto non rientrano tra quelle di cui
all'art. 4, comma 1, lettera a) del decreto legislativo 9 novembre
2007, n. 206;
b) l'ente sia stato costituito per atto pubblico o per scrittura
privata autenticata, ovvero mediante scrittura privata registrata;
c) il relativo statuto assicuri:
1) la finalita' dell'ente sia la tutela della specifica
attivita' svolta dai professionisti o esercenti arti e mestieri;
2) garanzie di democraticita' sia per il funzionamento degli
organismi deliberativi, sia per il conferimento delle cariche
sociali, anche attraverso la previ-sione della durata degli incarichi
e di un limite alla reiterazione, sia per la prevenzione di
situazioni di conflitto di interessi o di incompatibilita';
3) la necessaria trasparenza degli assetti organizzativi;
4) una struttura adeguata all'effettivo raggiungimento delle
finalita' dell'associazione;
5) la partecipazione all'associazione soltanto di chi abbia
conseguito titoli professionali nello svolgimento della rispettiva
attivita' o abbia conseguito una scolarizzazione adeguata rispetto
alle attivita' professionali oggetto della associazione;
6) l'assenza di scopo di lucro;
7) l'obbligo degli appartenenti di procedere all'aggiornamento
professionale costante e la predisposizione di strumenti idonei ad
accertare l'effettivo assolvimento di tale obbligo;
d) l'elenco degli iscritti sia tenuto e annualmente aggiornato,
lo statuto, le principali delibere relative alle elezioni ed alla
individuazione dei titolari delle cariche sociali, il codice
deontologico nonche' il bilancio siano adeguatamente pubblicizzati e
sia previsto l'obbligo di versamento diretto all'associazione delle
quote associative da parte degli iscritti;
e) l'ente abbia adottato un codice deontologico che preveda
sanzioni graduate in relazione alle violazioni poste in essere;
l'organo preposto alla adozione dei provvedimenti disciplinari sia
dotato della necessaria autonomia; sia assicurato il diritto di
difesa nel procedimento disciplinare;
f) l'associazione, tenuto conto delle particolarita' della
professione o della attivita' svolta nell'area dei servizi non
intellettuali e salvo il caso, di professioni, arti o mestieri, con
radicamento esclusivamente locale, sia diffusa su tutto il territorio
dello Stato con proprie articolazioni;
g) i legali rappresentanti, amministratori o promotori non
abbiano subito sentenze di condanna passate in giudicato in relazione
all'attivita' dell'ente.
2. Per l'annotazione nell'elenco di cui al comma 1, i requisiti di
cui alle lettere da a) a f) devono essere posseduti da almeno quattro
anni. Fino al 31 dicembre 2009, i requisiti relativi alla previsione
della durata degli incarichi e di un limite alla reiterazione,
all'obbligo di aggiornamento costante degli associati, alla
pubblicita' e alla previsione dell'organismo autonomo per la
decisione dei procedimenti disciplinari previsti al comma 1 e
individuati, rispettivamente, alla lettera c) numeri 2 e 7, alla
lettera d) nonche' alla lettera e), devono essere posseduti all'atto
della presentazione della domanda di cui all'art. 2.
Art. 2.
1. La domanda di inserimento nell'elenco, sottoscritta dal legale
rappresentante, corredata da copia autentica dell'atto costitutivo
dell'ente, nonche' della completa indicazione di coloro che ne sono
soci, amministratori o promotori, e della documentazione comprovante
il possesso dei restanti requisiti, e' indirizzata al Ministero della
giustizia, Dipartimento per gli affari di giustizia, Direzione
generale della giustizia civile.
2. Entro centoventi giorni decorrenti dalla ricezione della domanda
di annotazione, il Dipartimento per gli affari di giustizia,
Direzione generale della giustizia civile verifica la sussistenza dei
requisiti e richiede al Consiglio nazionale dell'economia e del
lavoro il prescritto parere. Almeno venti giorni prima della scadenza
di tale termine puo' chiedere, per una volta, chiarimenti o elementi
integrativi all'ente che ha presentato la domanda, assegnando un
termine di venti giorni per il deposito della relativa
documentazione. Durante questo periodo la procedura per l'annotazione
nell'elenco resta sospesa. Decorsi inutilmente venti giorni dalla
ricezione della richiesta, l'istanza e' archiviata e per una nuova
valutazione e' necessaria la presentazione di una ulteriore
documentata istanza.
Art. 3.
1. Sessanta giorni prima del compimento di ogni triennio per
ciascuna annotazione la Direzione generale per la giustizia civile
del Ministero della giustizia verifica la permanenza delle condizioni
e dei requisiti prescritti.
2. Ai fini della verifica di cui al comma 1, trenta giorni prima
dell'inizio della procedura il legale rappresentante dell'ente deve
depositare la documentazione comprovante l'attualita' delle
condizioni e dei requisiti prescritti. Decorso inutilmente il termine
di trenta giorni l'annotazione e' sospesa. Decorso inutilmente
l'ulteriore termine di novanta giorni dalla comunicazione della
sospensione, l'annotazione e' revocata.
Art. 4.
1. Se, anche fuori dalla procedura di verifica, si accerta che sono
venute meno, in tutto o in parte, le condizioni e i requisiti
previsti dall'art. 1 per l'annotazione, il Ministro della giustizia
puo' disporre con la stessa procedura di cui all'art. 26, comma 4,
del decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206, la revoca o la
sospensione dell'annotazione. Nel secondo caso richiede la rimozione
delle cause ostative assegnando un termine non inferiore a quindici
giorni e non superiore a sessanta giorni per le osservazioni o la
regolarizzazione. Decorso detto termine, valutate le osservazioni
pervenute, il Ministro della giustizia, con decreto ai sensi
dell'art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 novembre 2007, n.
206, procede alla conferma dell'annotazione o alla revoca della
stessa con conseguente cancellazione dell'associazione dall'elenco.
Restano comunque fermi i provvedimenti adottati d'urgenza al
verificarsi delle situazioni di cui all'art. 1, comma 1, lettera g)
nei confronti dei soggetti ivi indicati.
2. I provvedimenti di diniego, sospensione, revoca e cancellazione
dell'annotazione sono adottati dal Ministro con il decreto di cui
all'art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 novembre 2007, n.
206, da notificarsi all'ente interessato.
Art. 5.
1. L'attuazione del presente decreto non comporta oneri aggiuntivi
a carico del bilancio dello Stato.
Il presente decreto verra' inviato al controllo secondo le vigenti
disposizioni e sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica italiana.
Roma, 28 aprile 2008
Il Ministro della giustizia
Scotti
Il Ministro per le politiche europee
Bonino
Registrato alla Corte dei conti il 15 maggio 2008
Ministeri istituzionali - Giustizia, registro n. 5, foglio n. 192
Primo anno
ASCOLTARSI PER ASCOLTARE
Il primo anno di formazione si pone come obiettivo lo sviluppo personale dell’ allievo riguardo alla capacità di stare in relazione, e quindi ascoltarsi per ascoltare e comunicare in modo efficace nei diversi contesti. Particolare attenzione viene posta, in primo luogo, allo sviluppo di competenze comunicative utili per una gestione più soddisfacente della propria vita personale e che solo in un secondo momento saranno utilizzate in modo mirato e consapevole anche in ambito professionale.
La messa a fuoco delle modalità personali e delle barriere più frequenti nell’ interazione con l’ altro, la sperimentazione di punti di vista e possibilità diverse avvalendosi del gruppo come microcosmo e luogo di rispecchiamento, permettono all’allievo di scoprire ed utilizzare le potenzialità presenti nella propria sfera della volontà e spenderle nella vita quotidiana. L’ allievo apprende quindi ad operare decisioni e cambiamenti che prima potevano ai suoi occhi risultare difficili o addirittura impossibili.
L’ultimo modulo del primo anno, dopo aver introdotto la teoria degli enneatipi secondo il modello di Claudio Naranjo, sarà dedicato all’esplorazione del ciclo di vita attraverso l’autobiografia e la narrazione.
Secondo anno
LA RELAZIONE IO-TU
Il secondo anno è focalizzato sulla lettura fenomenologica degli eventi e dei problemi più ricorrenti nella vita delle persone, delle coppie, delle famiglie e dei gruppi.
In questa annualità l’ allievo apprende ad osservare e a mettersi in relazione con l’altro praticando l’ epochè, vale a dire la sospensione del giudizio e del pensiero interpretativo, sperimentando quindi una pratica di allenamento e disciplina dei processi mentali automatici che conducono alla soluzione impulsiva e stereotipata e al pre-giudizio.
L’intervento di counselling, inteso come l’arte di aiutare ad aiutarsi, permette alla persona, anche attraverso l’uso di strumenti creativi ed espressivi, di riconoscere e riappropriarsi delle sue esperienze e dei suoi apprendimenti, favorendo l’assunzione di una posizione consapevole e responsabile nei confronti delle scelte future. Largo spazio è dedicato, nel secondo anno, all’esplorazione della formazione e rottura delle relazione affettive e familiari, sviluppando strumenti di lettura e comprensione di sé e dell’altro che favoriscano la costruzione delle diversità personali, sociali e culturali.
Terzo anno
LO SVILUPPO DELLE RISORSE UMANE E L’ORIENTAMENTO
Il terzo anno è dedicato alla scoperta e allo sviluppo del proprio stile personale, umano e professionale, nella relazione con l’altro.
Tema centrale dell’ultimo anno è lo sviluppo e l’attivazione di motivazione, risorse e funzioni esistenziali per accompagna se stessi e gli altri nella difficile sfida del cambiamento nei momenti di impasse fisiologici nel ciclo della vita degli individui e dei gruppi, nei diversi contesti in cui si declina l’intervento di counselling (pedagogico, sociale…)
Nella formazione ampia rilevanza assume la tematica dell’ orientamento, inteso come approccio che pone il soggetto al centro delle proprie scelte, stimolando e promuovendo l’ attivazione di risorse e la creatività. Prima della conclusione dell’ anno formativo un’ attività di orientamento rivolta agli allievi consente la stesura di progetti di vita/professionali personalizzati e di bilanci di competenze individuali.
RICERCHE E MATERIALI DI CONSULTAZIONE SUL COUNSELLING
DEFINIZIONE, AMBITI DI APPLICAZIONE E BISOGNI DELL' UTENZA SUL TERRITORIO
Il counselling è una professione emergente, orientata al benessere ed allo sviluppo dell’ individuo. Non esiste un termine italiano che lo possa tradurre in maniera precisa, per cui si è inserito nella nostra cultura con la terminologia originaria dei paesi in cui si è sviluppato.
“Counselling” è abbastanza sovrapponibile al termine consulenza d’ aiuto o consulenza alla persona. E’ una pratica ed una professione emergente in Italia ed in altri paesi europei, ma in altri come l’ Inghilterra o gli Stati Uniti vanta una storia ormai pluridecennale; in realtà, è una professione emergente solo nella sua terminologia e nella sua strutturazione poiché, nei suoi intenti, l’ azione umana finalizzata all’ aiuto delle persone ha una storia ben più antica di tutte le professioni o pratiche che perseguono ciò.
Il counselling consiste in una serie di conoscenze, abilità ed atteggiamenti finalizzati ad aiutare qualcun altro e, in questo senso, permette di fare professionalmente e consapevolmente ciò che appartiene ad un’ inclinazione implicita e connaturata nell’ animo umano: i genitori aiutano i loro bimbi, così come ci si aiuta tra amici o tra colleghi.
Di fatto, forme di aiuto tra gli esseri umani sono omnipresenti nella nostra vita odierna così come nel passato; il counsellor, quindi, nel suo specifico, non fa qualcosa di diverso da quello che spontaneamente succede tra gli individui nel momento del bisogno o della difficoltà: egli, però, è formato e addestrato per poter agire in modo professionale con l’ obiettivo di essere più efficace e rispondente alle necessità che si presentano e, soprattutto, ha le competenze per poter gestire una relazione d’ aiuto e non soltanto la capacità di utilizzare alcune tecniche comunicative finalizzate all’ aiuto.
Ci sono più definizioni di counselling che possiamo ritrovare in letteratura:
DEFINIZIONI
“ Il counselling consiste nell’ aiutare il cliente a prendere una decisione riguardo a scelte di carattere personale ( ad esempio come scegliere un lavoro o un corso di studi ) o a problemi o difficoltà speciali che lo riguardano direttamente.” ( Burnett, 1977 )
“Il counselling è una relazione professionale tra un counsellor formato ed un cliente. Tale relazione è generalmente persona-a-persona anche se a volte coinvolge più di due persone. Il counselling ha l’ intento di aiutare il cliente a comprendere e chiarire la propria visione del mondo e ad imparare a raggiungere i propri obiettivi in modo significativo, attraverso scelte consapevoli e mediante la risoluzione di problemi di natura emozionale o interpersonale.” ( H.M. Burks; B. Steffelre, 1979 )
“ Il termine counselling include un lavoro con gli individui e con i gruppi affinché si possano sviluppare, possano supportare momenti di crisi, e trovare soluzioni a specifici problemi…L’ obiettivo del counselling è fornire al cliente un’ opportunità di esplorare, chiarire e scoprire modi di vivere più soddisfacenti e pieni di risorse.” ( BAC-British Association for Counselling, 1984 )
“Il counselling risulta un’ insieme di tecniche, abilità e atteggiamenti per aiutare le persone a gestire i loro problemi utilizzando le loro risorse personali.” ( Reddy, 1987 )
“Si definisce counsellor colui che regolarmente o temporaneamente offre o accorda esplicitamente di offrire tempo, attenzione e rispetto a persone calate momentaneamente nel ruolo di clienti. L’ obiettivo del counselling è quello di dare al cliente un’ opportunità di esplorare e scoprire modi di vita più ricchi di risorse e di maggior benessere.” ( BAC-British Association for Counselling, 1991 )
“Il counselling è un’ attività alla quale partecipa liberamente la persona in cerca d’ aiuto ed offer l’ opportunità di identificare aspetti che per il cliente risultano essere problematici. E’ contrattata in modo chiaro ed esplicito, ed i confini della relazione sono ben identificati. Quest’ attività mira a favorire l’ autoesplorazione e l’ autocomprensione. Il processo dovrebbe aiutare ad identificare pensieri, emozioni e comportamenti che, una volta chiariti, possono offrire al cliente una maggiore consapevolezza delle proprie risorse ed una maggiore autodeterminazione.” ( J. Russell, G. Dexter, T. Bond, 1992 ). Advice, Guidance and Counselling Lead Body.
“Il counselling è una relazione caratterizzata dall’ applicazione di una o più teorie psicologiche e di una serie di riconosciute abilità communicative modificate dall’ esperienza, intuizione e altri fattori interpersonali alle preoccupazioni intime del cliente, problemi o aspirazioni. Nella relazione di counselling prevale l’ attitudine di facilitare piuttosto che dare consigli o essere coercitivi. Il counselling può essere breve o più lungo, trovare spazio nelle organizzazioni o in un settino privato e può sovrapporsi o meno con assistenze pratiche, mediche o di altro tipo. Il counselling è da un lato un’ attività definita intrapresa dalla persona che occupa il ruolo di counsellor e il cliente (…) e, dall’ altro, è una professione emergente (…)
Il counselling è un servizio ricevuto dalle persone in stato di stress o in qualche grado di confusione che vuole discutere e risolvere questo in una relazione che è più strutturata e confidenziale dei rapporti di amicizia, e forse meno stigmatizzata rispetto alla relazione d’ aiuto medica o psichiatrica.” (Feltham; Dryden, 1993 )
“Il counselling può essere definito come un processo attraverso il quale una persona aiuta un’ altra persona a chiarire la sua situazione di vita e a decidere possibili linee d’ azione. La mancanza di chiarezza spesso genera ansia. Siamo spaventati da ciò che non conosciamo e tale paura e la mancanza di chiarezza spesso porta, di conseguenza, all’ inazione.”
( P. Burnard, 1994 )
Dalle origini del suo sviluppo, avvenuto nella prima metà del secolo scorso, il counselling ha visto una moltitudine di ricercatori e professionisti impegnati nell’ elaborazione di modelli teorici, di strategie d’ intervento, di modalità e ambiti di applicazione; lo sviluppo del counselling si è accompagnato, ed al tempo stesso ha facilitato, un grande movimento culturale nel secolo scorso da cui è derivata una ricca produzione culturale, con la conseguente moltitudine di definizioni. Al di là delle singole differenze, però, scorrendo le varie definizioni dalle fonti più significative in letteratura, ritroviamo alcuni elementi ricorrenti, che costituiscono gli aspetti più importanti per una definizione e per una caratterizzazione di questa professione.
In primo luogo, il counselling è una professione che si rivolge a persone sostanzialmente sane: si occupa, cioè, di quelle forme di disagio che non sono inquadrate nei tradizionali capitoli psicopatologici della psicologia clinica o della psichiatria. L’ oggetto del counselling è. Infatti, la qualità della vita dell’ individuo, il suo grado di autonomia ed il suo senso di soddisfazione esistenziale. Si occupa, pertanto, delle comuni problematiche di vita ed è orientato alla realizzazione dell’ individuo; l’ intento del counsellor non è certamente quello di curare un individuo malato o che presenta dei disturbi, quanto quello di aiutarlo ad aiutarsi: il counsellor, come in una sorta di compagno di viaggio, insegna a chi ne ha bisogno gli strumenti per gestire meglio le sue problematiche e per raggiungere i suoi obiettivi, gli offre chiavi di lettura efficaci per comprendere le situazioni difficili, facilita la mobilizzazione delle sue risorse personali e lo aiuta a scoprire ciò che più gli dà senso nella vita.Il counsellor, in altri termini, si pone in una relazione rispettando la soggettività del cliente e la sua diversità, rinuncia alla posizione di esperto sulla vita altrui e lavora con l’ intento di promuovere in lui forza, autonomia e responsabilità. L’ obiettivo è fondato sul diritto ad una vita piena, soddisfacente ed esistenzialmente significativa per ognuno.
In secondo luogo, per le caratteristiche non cliniche del suo intervento, la pratica del counselling è trasversalmente applicabile in svariati spaccati sociali. Non c’ è ambito dell’ esistenza umana, infatti, che non presenti problemi o difficoltà: dalla qualità delle relazioni affettive o professionali, alla realizzazione professionale, al coronamento delle aspirazioni personali. Il counselling, da questo punto di vista, è la risposta ad una società, come quella attuale, con bisogni sempre più emergenti in ambiti molto differenti: dalla sanità al mondo della scuola, dal mondo professionale dell’ azienda agli ambiti sociali minati dalla multiculturalità e dalla precarietà delle condizioni di vita. Negli ultimi decenni , gli operatori delle professioni d’ aiuto, che da questo punto di vista, quindi, interessa a 360° la nostra società, si ritrovano sollecitati da situazioni sempre più difficili e sempre meno supportati da una politica mirata e seriamente interessata a questi aspetti.
La pratica del counselling diventa quindi elemento indispensabile per far fronte a richieste sempre più numerose di efficacia nella relazione d’ aiuto, da un lato per assolvere alle esigenze dell’ utenza, ma dall’ altro per il benessere degli operatori stessi, a rischio quotidiano di burn-out.
In terzo luogo, il counselling è una professione che si fonda su una serie di strumenti di tipo relazionale.
La comunicazione rappresenta una delle dimensioni cruciali dell’ esistenza: dalla comunicazione con gli altri a quella con se stessi. Il counsellor utilizza la comunicazione come mezzo più sofisticato per la qualità dell’ interazione, e la relazione come luogo privilegiato della trasformazione; potremo dire che è un esperto della relazione: le sue competenze sono indirizzate ad instaurare una relazione funzionale con il cliente che ha lo scopo di promuovere in quest’ ultimo forme efficaci di relazione con gli altri, con l’ ambiente e con se stesso; l’ intervento d’ aiuto, quindi, non è di tipo oggettivo, bensì relazionale: in accordo con l’ antico aforisma di Lao Tzu, il counsellor non dà pesci, ma insegna a pescare.
Il counselling , quindi, s’ inserisce, a tutti gli effetti, nelle attività di promozione della salute, intesa nel senso più ampio e globale del termine, e di sviluppo dell’ individuo.Come dicevamo in apertura, il counselling in Italia ha una storia relativamente recente; nel nostro paese si è assistito soprattutto negli ultimi quindici anni ad un’ espansione di questa pratica sia in termini di offerta formativa che di applicazione professionale. Nel 2000, inoltre, il Comitato Nazionale di Economia e Lavoro ( CNEL ) ha inserito i counselling tra le libere attività professionali non-ordinistiche, ovvero quelle non regolamentate da ordini o collegi professionali, bensì da associazioni professionali: questo riconoscimento è stato un passo decisivo e che ha reso il counselling partecipe del dibattito sul riordino delle libere attività professionali: a tale scopo, si è visto anche il recente fiorire di numerose associazioni.
Nell’ intento di dare una definizione a questa professione emergente, quindi, proponiamo la definizione tratta dal panorama culturale italiano che è stata data dalla Federazione Nazionale delle Associazioni AICo, una delle realtà associative più rappresentative del nostro paese storicamente più rappresentative ed importanti nello sviluppo e nella regolamentazione del counselling:
Definizione di Counselling:
“ Il counselling è un processo di apprendimento, attraverso un’ interazione tra Counsellor e Cliente, o Clienti (individui, famiglie, gruppi o istituzioni ), che affronta in modo solistico problemi sociali, culturali e/o emozionali. Il counselling può cercare la soluzione di specifici problemi, aiutare a prendere decisioni, a gestire crisi, migliorare relazioni, sviluppare risorse, promuovere e sviluppare la consapevolezza personale, lavorare con emozioni e pensieri, percezioni e conflitti interni e/o esterni. L’ obiettivo, nel suo complesso, è quello di fornire ai clienti opportunità di lavoro su se stessi, nell’ ottica di raggiungere maggiori risorse e ottenere una maggiore soddisfazione come individui e come membri della società”.
Definizione di counsellor:
“Il Counsellor è un operatore d’ aiuto in tutte quelle situazioni che hanno a che fare con relazioni umane, da quelle professionali a quelle interpersonali fino a quelle con se stessi. Il concetto di relazione d’ aiuto si può intendere, naturalmente, in varie maniere: una è quella dell’ aiuto Attraverso la relazione, in cui la relazione appunto fra operatore e cliente è paradigma relazionale, la cui qualità funziona come esempio per le altre relazioni. Altra implicazione possibile è che si tratti di aiutare ad aiutarsi: l’ operatore in questo caso avrebbe una funzione di catalizzatore di avvenimenti interni, e non di sostituto di capacità mancanti”.
Questa definizione, elaborata dalla Federazione Nazionale delle Associazioni AICo, è particolarmente esaustiva, dal momento che riassume in sé tutti gli elementi maggiormente caratterizzanti le specifiche di tale professione.
Innanzitutto, sancisce un approccio solistico. Il cliente è considerato come persona nel senso più pieno del termine. Si occupa dei bisogni e delle aspirazioni dell’ individuo nel pieno rispetto della sua soggettività e della sua unicità; in questo assume a pieno titolo la posizione esistenzialista del diritto di ognuno, nella propria responsabilità, a fare della propria esistenza l’ esperienza che più preferisce.
La persona, inoltre, è considerata e rispettata all’ interno del suo specifico contesto, dall’ ambiente in quanto tale, alle caratteristiche culturali, ideologiche e valoriali che ne conseguono: è nel rapporto con il proprio ambiente, infatti, che nascono desideri, sfide, e aspirazioni, ma anche problemi, conflitti e crisi. Il counselling si occupa di tutto ciò possa facilitare questo rapporto tra l’ individuo ed il suo contesto, proprio perché pienezza e soddisfazione appaiono connesse in maniera imprescindibile al mondo abitato.
Inoltre, sancisce la centralità della relazione, da strumento d’ intervento con il cliente ad aspetto fondamentale per la qualità della vita di quest’ ultimo. Il counsellor è un esperto della relazione e dei processi comunicativi: lavora attraverso la relazione e sulla relazione. La relazione, quindi, è concepita come potenzialmente costruttiva e, per questo motivo, animata ed ispirata ai valori di collaborazione e democrazia, non necessariamente in chiave politica, quanto funzionalmente radicata sul concetto di “dialogicità” umanistica.
Il counsellor costruisce assieme al suo cliente una relazione basata sul rispetto e sulla fiducia, al servizio degli obiettivi del cliente. La relazione, così, non è garantita dal contratto né realizzabile d’ ufficio: è un’ esperienza impostata e conquistata reciprocamente, momento dopo momento. In altri termini, la relazione di counselling è uno spazio dialogico di reciproca significatività, costruita e partecipata da entrambi, dove le caratteristiche che ne determinano la funzionalità non sono differenti dalle caratteristiche di funzionalità stessa della relazione del cliente con se stesso.
Infine, sancisce l’ obiettivo di autonomia. Lo scopo è sì il raggiungimento degli obiettivi del cliente, ma perseguiti attraverso risorse e potenzialità del cliente stesso: in questi termini, il counselling è una pratica che promuove la responsabilità e l’ indipendenza del cliente. Il concetto di aiutare ad aiutarsi è quello che, probabilmente, meglio riassume questa intenzione da parte del counsellor. L’ aiuto ha, infatti, due facce: dietro la buona intenzione del fare del bene spesso si cela il rischio pericolosissimo del fare al posto dell’ altro: dare un pesce, invece che insegnare a pescare. Anche se apprezzabile nell’ apparenza e scontata in un certo tipo di cultura, questa modalità d’ aiuto rappresenta una delle forme più sottili di manipolazione , mantenendo l’ individuo in condizioni di dipendenza ed inferiorità.
Esempi di questa trappola possono essere riscontrati dai genitori con i figli, dai manager con il personale, dagli insegnanti con gli allievi e dagli operatori del welfare con gli assistiti, solo per citarne alcuni.
Il counsellor rifiuta deontologicamente di sostituirsi all’ altro; non fa per l’ altro, ma aiuta l’ altro a fare, fiducioso delle sue risorse e delle sue potenzialità.
Aiutare ad aiutarsi rappresenta, quindi, il paradigma operativo della pratica e della professione del coun selling come logica conseguenza del rispetto per l’ individuo e come logica conseguenza dell’ obiettivo perseguito: lo sviluppo ed il benessere dello stesso.
AMBITI DI APPLICAZIONE
Il counselling, essendo orientato alla persona e al suo benessere, ed occupandosi di problematiche trasversali, è una professione che trova ambiti di applicazione alquanto diversificati. Sostanzialmente, il counsellor opera in due ambiti fondamentali: quello privato e quello istituzionale. Nell’ambito privato, il counsellor lavora con clienti che accedono spontaneamente o su invio ed opera direttamente all’interno del suo contesto, ossia, in uno studio proprio o associato con altri colleghi o in un centro privato. Nell’ambito istituzionale, invece, il counsellor lavora all’interno di un servizio offerto da una struttura (scuola, ente pubblico, azienda, etc..) al quale accedono i clienti, sempre spontaneamente o su invio.
1. IL COUNSELLING NELLE ISTITUZIONI SOCIO-SANITARIE
Il counsellor socio-sanitario si rivolge sia ai pazienti che agli operatori per tutte quelle problematiche che emergono dalla compromissione, nel breve o lungo termine, della salute e dalle implicazioni che ne derivano nel porvi rimedio (Toneguzzi, Pedrinelli, 2000). Il counselling in ambito socio-sanitario è una pratica mirata a gestire efficacemente la sofferenza e il disagio emozionale, sociale e relazionale; identificare i bisogni ed aiutare i clienti a descrivere i loro sintomi; gestire le crisi e le difficoltà familiari; gestire la reazione a diagnosi o prognosi difficili; aiutare i pazienti nel cambiamento delle abitudini dannose per la loro salute; saper creare una relazione di collaborazione sinergica con il personale medico.
Gli interventi di counselling maggiormente consolidati nel contesto socio-sanitario sono:
1.Counselling con i pazienti HIV-positivi
2.Counselling genetico
3.Counselling nelle malattie terminali
4.Counselling nelle malattie croniche
5.Counselling perinatale
6.Counselling nella medicina di base
7.Gruppi di counselling e supervisione agli operatori
2. IL COUNSELLING NELLE ISTITUZIONI SCOLASTICHE
Il counselling scolastico si riferisce ai principi della comunicazione efficace e delle dinamiche relazionali in quanto premessa necessaria per il conseguimento di risultati positivi nell’ambito dei processi di insegnamento/apprendimento (Di Fabio, 1999).Il counselling in ambito scolastico mira a creare un clima di fiducia, stima e rispetto; a favorire l’apprendimento, l’interesse e la maturazione culturale; a sviluppare l’autostima; a gestire l’autorità e la disciplina e favorire il senso di responsabilità; a sapere individuare e gestire le situazioni di conflitto o di crisi; a prevenire il disagio giovanile; gestire i fenomeni di aggressività e violenza; a gestire in modo costruttivo la relazione scuola-allievo-famiglia e favorire l’integrazione tra le diverse figure educatrici.
Gli interventi di counselling maggiormente consolidati nel contesto scolastico-educativo sono:
8.Orientamento
9.Sportelli d’ascolto
10.Interventi per ridurre la dispersione scolastica ed il disagio giovanile
11.Supporto e supervisione agli insegnanti
3. IL COUNSELLING NELLE ORGANIZZAZIONI E NELLE AZIENDE
La cornice di riferimento all’interno della quale si muove il counselling aziendale è la vita professionale degli individui, considerando la qualità dei luoghi di lavoro e le condizioni dei lavoratori. Nel contesto lavorativo, si possono isolare alcune tappe o fasi fondamentali più o meno critiche, soggette a difficoltà, problemi e conflitti che vengono tipicamente riassunti nel termine di “stress professionale” (Fontana, 1989). I fattori maggiormente evidenziati sono: il sovraccarico e i ritmi elevati; il lavoro solitario, monotono e ripetitivo; il rischio di violenza; i turni e i ritmi irregolari; i conflitti e le ostilità; i cambiamenti continui e insicurezza; le aspettative e i ruoli poco chiari; il contatto emotivo con le persone; i compiti complessi; i rischi di incidenti e l’ambiente fisico poco idoneo.
Il counselling in ambito aziendale, quindi, è una pratica per affinare le abilità di leadership; saper coniugare la logica della qualità con il fattore umano; facilitare la diffusione della mission aziendale, saper leggere e intervenire sui fattori che determinano il clima aziendale; saper individuare le cause di demotivazione; gestire i conflitti e promuovere e facilitare il team-building; saper raccogliere e leggere i bisogni formativi del personale; integrare le proposte formative e gestire efficacemente la comunicazione interna ed sterna dell’azienda.
Gli interventi di counselling maggiormente consolidati nel contesto aziendale e professionale sono:
12.Career counselling e bilancio di competenze
13.Supporto e sostegno nella gestione del personale
14.Supporto e sostegno su eventi traumatici
15.Pensionamento e Outplacement
4. IL COUNSELLING NELLO SPORT
Il contesto di riferimento all’interno del quale opera il conuselling sportivo è quello della prestazione sportiva che influenza lo sviluppo e la crescita personale dell’individuo.Nello sport, l’atleta si trova a vivere numerose situazioni che possono provocare insorgenza di tensione emotiva o disagio e per questo il counsellor sportivo è chiamato a sostenere lo sportivo nella risoluzione di queste problematiche, a motivarlo nei momenti di difficoltà e fatica, e a facilitare il superamento di particolari fasi della propria carriera agonistica.
Il counselling sportivo può essere quindi di supporto all’atleta che vuole apprendere e controllare le emozioni, gestire lo stress o l’ansia, tarare o raggiungere i propri obiettivi, scoprire nuove strategie, focalizzare e concentrare l’energia o l’attenzione. I beneficiari di un intervento di questo tipo di counselling possono essere singoli atleti che praticano sport individuali, squadre, gruppi ed allenatori. Generalmente, l’obiettivo è quello di migliorare le prestazioni atletiche integrandole con un’adeguata preparazione mentale.
Un utile sostegno è rappresentato dalle tecniche di allenamento mentale (Mental Training), che si avvale di alcune strategie o abilità mentali, tra cui: formulazione di obiettivi (Goal Setting); controllo dei pensieri (Self Talk); abilità immaginative (Imagery); concentrazione e focalizzazione dell’attenzione (Focusing); capacità di rilassamento, gestione dello stress, ansia e dolore; capacità di attivazione (Arousal).
LA DOMANDA DI COUNSELLING IN ITALIA
Nella società civile affiora oggi una vivace richiesta di counselling che riguarda ormai, oltre i temi classici del disagio psichico e del ciclo di vita, la promozione del benessere e della qualità della vita, lo sviluppo delle relzioni interpersonali, le dinamiche di gruppo e di comunità, la gestione del cambiamento, gli stili di vita e la salute, i problemi dell’ invecchiamento e così via.
Un momento di incertezza e di ambiguità nel posizionamento professionale del counselling deriva, tra l’ altro, dal persistere di ancoraggi tradizionali ( connessi all’ ambito della psicoterapia e del disagio mentale ), che esprimono segmenti di mercato ormai ampiamente maturi, e, nel contempo dalla scarsa visibilità e dalla ridotta attrattiva di progetti professionali più attuali. E’ infatti opinione diffusa tra i counsellor, che i mestirei tradizionali in ambito psicologico e della relazione di aiuto abbiano esaurito la loro capacità di spinta e di espansione, mentre applicazioni oggi ancora poco praticate o considerate marginali appaiono più promettenti per il prossimo futuro. Da un lato, le professioni inserite nel sistema sanitario e nell’ ambito clinico sembrano avere un domani incerto, soprattutto in riferimento alle possibilità di ulteriore crescita ed espansione; dall’ altro il mondo della scuola e l’ universo aziendale manifestano aperture più allettanti.
In questo quadro un ulteriore aspetto di complessità è introdotto dalla liberalizzazione delle professioni e dal cosiddetto neo-professionalismo. Entrambe queste tendenze si inscrivono nella crisi che attraversa il mondo delle libere professioni, specie quelle meno solide e assestate. Crisi che, per un verso, tocca i recinti protettivi, eretti anche grazie alla istituzione degli Ordini; per l’ altro, rompe il legame forte tra sapere e campo d’ azione delle professioni tradizionali ( per esempio, medicina, giurisprudenza, psicologia ) tollerando che più paradigmi applicativi siano tra loro in concorrenza all’ interno dello stesso campo d’ azione.
I PARADIGMI FONDAMENTALI DELLA DOMANDA DI COUNSELLING
Un dato rilevante per individuare l’ immagine del counsellor presente tra gli italiani fa riferimento alle attività che gli sono riconosciute come proprie e alle situazioni e ai contesti in cui le persone fanno o farebbero ricorso a questa figura professionale.
Tra le famiglie italiane emerge una spontanea domanda di counselling che non è di natura clinica ma riguarda fondamentalmente la qualità della vita ed è stimolata dall’ esigenza di affrontare un disagio individuale o familiare.
Sembra che una ragione per rivolgersi al counsellor abbia a che vedere con il miglioramento di vita proprio e dei propri familiari. In questo caso al counsellor viene riconosciuto un ruolo di facilitatore dlle relazioni e della crescita individuale, di sostegno nella soluzione di problemi quotidiani, nelle scelte inerenti l’ educazione o il lavoro e comunque nelle decisioni importanti.
La seconda dimensione fa invece riferimento a quella che potremmo definire “domanda situata”.
In questo caso infatti sembra che l’incontro con lo psicologo non sia tanto determinato da un problema o da un bisogno, quanto piuttosto dal luogo, dall’ ambito in cui avviene: il lavoro, la scuola o il volontariato.
La terza dimensione sottolinea l’ attitudine del counsellor all’ ascolto e a soccorrere in presenza di generiche domande di aiuto.
LE COMPETENZE DEL COUNSELLING E LE POTENZIALITA' DI PLACEMENT
Per descrivere le competenze del counsellor sicuramente non è sufficiente rilevare skills acquisiti durante percorsi scolastici/universitari comuni , in quanto al momento essi sono estremamente variegati e differenziati. Percorsi formativi per counsellor rappresentano al momento una base comune, pur nella diversità degli approcci delle diverse scuole, ma resta pur vero che competenze trasferibili in ambito sociale nel caso dei counsellor sono state acquisite e valorizzate soprattutto attraverso gli approfondimenti precedenti e/o successivi alla formazione di base oltre che alle esperienze informali ( volontariato, ecc. ) e lavorative pregresse.
Comunemente per rintracciare il profilo professionale di un soggetto si usa distinguere le competenze in sapere: la preparazione personale e culturale acquisita con diploma, laurea, altre formazione; in saper fare: competenze tecniche e capacità funzionale nell’ eseguire uno specifico compito professionale; in saper essere: ritenuto oggi fondamentale per un raggiungimento professionale di successo. Le competenze del saper essere sono quelle intrinseche nella personalità del soggetto, esse coinvolgono gli aspetti legati alle motivazioni, alla relazionalità, alla condivisione e all’ interesse verso determinate tematiche ( ad es. la mission dell’ organizzazione in cui si lavora ).
Tali aspetti, più personali che professionali, vanno sempre di più ad intrecciarsi alle competenze tecnico-funzionali e si traducono, poi, in abilità e capacità nel riadattare con innovatività, sperimentare e rivedere criticamente vecchi modelli.
Da questo ne consegue che il “saper fare” e il “saper essere” sono in stretta correlazione tra di loro e quando le nuove abilità/capacità vengono codificate in nuove competenze vanno ad implementare il bagaglio delle skills già acquisite.
Ciò che si ritiene particolarmente importante in un processo di sviluppo di nuove competenze è l’ insieme del contesto operativo e organizzativo ( interno ed esterno ai contesti di lavoro ); gli aspetti culturali e valoriali degli ambiti in cui si opera.
In una ricerca svolta tra le famiglie italiane gli ambiti in cui le competenze dei counsellor sembrano essere maggiormente richieste possono essere suddivisi in due raggruppamenti. Il primo raccoglie abilità di sostegno alla persona ( lo stare con gli altri, la scuola e l’ educazione, l’ emarginazione sociale, il disagio ), ma che possono anche riguardare aspetti di gestione aziendale come la consulenza organizzativa e lo sviluppo del personale. In tutti questi ambiti le competenze di counselling sono percepite come fortemente necessarie, e si associa la relazione di aiuto all’ accompagnamento nella gestione di un problema, sia esso individuale, sociale o organizzativo.
Il secondo raggruppamento comprende invece quei settori più di frontiera, in cui probabilmente l’ impiego di competenze relazionali e di counselling è ancora ritenuto, nell’ immagine collettiva , come pertinente e caratterizzante. Questi riguardano l’ economia e il marketing, la comunicazione e la pubblicità, la moda, internet e le nuove tecnologie, l’ ergonomia e la sicurezza sul lavoro, ma anche la promozione del benessere. Sono questi settori professionali di più recente sviluppo, che spesso portano con sé diverse modalità di organizzazione del lavoro. Dove, per prevedere competenze di counselling, è necessario essere a conoscenza di quel sapere che non riguarda in senso stretto la cura o il prendersi cura, quanto piuttosto aspetti del “funzionamento” e dello “sviluppo” individuale, sociale e organizzativo.
Merita osservare che coloro che meno riconoscono le competenze di counselling nel primo raggruppamento individuato sono proprio le fasce d’ età più giovani e più anziane, in cui si è evidenziata una minor tendenza a rivolgersi al counsellor. Allo stesso tempo emerge una tendenza dei più giovani ( 18-25 anni ) a riconoscere maggiormente le competenze di counselling come utili negli ambiti indicati nel secondo raggruppamento. Questo dato potrebbe far pensare al fatto che tra la popolazione più giovane si stia lentamente sviluppando e meglio definendo un’ immagine del counsellor o operatore nella relazione d’ aiuto. Nelle aziende sono ritenute competenze specifiche del counsellor la certificazione e il miglioramento della qualità, gli interventi sulla comunicazione e sull’ immagine sociale, la gestione dell’ emergenza e dell’ ergonomia.
IL COUNSELLING E IL TERZO SETTORE
Il terzo settore da alcuni anni a questa parte è cresciuto e si è consolidato assumendo una pari rilevanza con i settori dello Stato e del mercato che hanno rappresentato – almeno fino a due decenni fa – le principali modalità di risposta ai bisogni sociali vecchi e nuovi. Dal punto di vista operativo il terzo settore, infatti, ha assunto una capacità di azione sempre più professionale, specializzata e diversificata, e in tutto l’ arco dell’ offerta di servizi, e proprio per questo in grado di rispondere al mutare dei bisogni e alla personalizzazione degli interventi rivolti ai destinatari.
In questo scenario caratterizzato da una molteplicità di soggetti sociali, per altro investiti da importanti potenzialità occupazionali, come si inserisce la professionalità dei counsellor che trovano una “naturale” collocazione negli ambiti del sociale ?
Con quali percorsi e quale livello di soddisfazione contribuiscono ad accrescere la professionalità e la qualità dei servizi del terzo settore ?
Con quale ruolo e a quale richiesta di impegno, mansioni e competenze i counsellor rispondono a questa realtà del privato sociale ?
E ancora, quali i principali aspetti critici o nodi problematici incontrano questi professionisti nello svolgimento della professione, nel rapporto con l’ organizzazione e con altre figure professionali ?
Scopo finale della ricerca che stiamo portando avanti è quello di valorizzare il patrimonio di esperienze professionali dei counsellor svelando conoscenze e pratiche operative acquisite ed in fase di acquisizione nel terzo settore al fine di impostare percorsi formativi di livello avanzato, ampliare e consolidare spazi di intervento, oltre che fornire importanti elementi di orientamento verso una scelta di lavoro sempre più consapevole e meno di ripiego o di prima collocazione lavorative.
Più in dettaglio gli obiettivi possono essere così descritti:
- quantificare e rintracciare la presenza di esperti nella relazione di aiuto ( counsellor ) nel terzo settore. In altre parole, quanti e dove sono e dove ce n’è bisogno: ovvero in quali nicchie del terzo settore ( ed a partire da quali formazioni ed esperienze ) trovano collocazione. In altre parole: quale è la portata reale e potenziale e quale la destinazione del lavoro del counsellor nel variegato mondo del no-profit ?
- descrivere quale percorso sia formativo che professionale ha condotto gli operatori nella relazione di aiuto ad inserirsi nel terzo settore o a volervisi inserire: le motivazioni della scelta.
- conoscere le esperienze lavorative attuali degli operatori nella relazione di aiuto, ovvero come vengono impiegati e cosa fanno; modalità di impiego , titoli formali ed esperienze richieste, incarichi espletati, percorsi di formazione continua, utilizzo delle conoscenze acquisite nella pratica lavorativa al fine di descrivere posizioni, ruoli e status rivelatori anche di nuovi spazi professionali oltre che di “nuove professionalità in ambito sociale e psicologico”.
- rilevare la percezione che essi hanno del proprio lavoro, come valutano la loro esperienza nella realtà no-profit: grado di soddisfazione lavorativa, problemi e soluzioni, aspetti relazionali e organizzativi nell’ espletamento del lavoro, la coerenza con le aspettative iniziali e previsioni future.
NUOVE PROSPETTIVE PER NUOVI POTENZIALI UTENTI: DAL PUNTO DI VISTA DELLE ASSOCIAZIONI DI CONSUMATORI
Che è successo ai consumatori ?
Con l’ avanzare dei processi di globalizzazione abbiamo assistito negli ultimi due decenni a cambiamenti assai significativi nell’ atteggiamento dei consumatori, cioè dell’ anello finale del complesso sistema di produzione.
Cambiamenti che sono strettamente collegati all’ area geografica, sociale, educazionale, di genere, di reddito, eccetera.
Tuttavia, nonostante la complessità crescente del tessuto sociale e la difficoltà proporzionalmente crescente di analizzarlo ed interpretarlo, l’ universo dei consumatori si è mosso all’ interno dei processi di globalizzazione in modo relativamente anche se non sufficientemente descrivibile.
Nella sostanza si è passati da un insieme di mercati locali fortemente caratterizzati da una dimensione nazionale o sub-nazionale e da una segmentazione e diversificazione dei consumi assai spinta a una dimensione di mercato nazionale e sopranazionale caratterizzata da forti e veloci fenomeni di standardizzazione dei consumi stessi.
Una standardizzazione che si è incentrata, agli albori del completo dispiegarsi della globalizzazione, sulla grande fascia intermedia dei consumi che ha costituito il centro della gaussiana sociale con code di consumo permanente di basso livello e/o forte caratterizzazione locale e simmetriche code di consumo di elite.
La necessità del sistema delle imprese di imporre standard di consumo che accompagnassero il continuo espandersi delle produzioni e dei mercati ha fatto sì che sempre più il consumatore sia stato messo sotto una potente lente di ingrandimento che consentisse alle strategie imprenditoriali di associare alle scelte produttive un soggetto terminale di mercato coinvolto e attirato nel consumo soprattutto sotto la spinta della soddisfazione di alcuni bisogni dirompenti compressi fin dalla fase del dopoguerra: alimentazione, abitazione, abbigliamento, elettrodomestici, eccetera.
Due decenni fa questo processo di standardizzazione entra in crisi. Non è questa la sede per descrivere i profondi e rapidissimi cambiamenti economici, sociali e geopolitica alla base di questa svolta. Vale tuttavia la pena di richiamarne alcuni effetti sul piano sociale e della trasformazione delle modalità e degli atteggiamenti di consumo.
Gli effetti sul piano sociale, simmetrici a livello mondiale e delle singole realtà di area e nazionali, sono oggi sotto i nostri occhi. Nei decenni precedenti all’ ultimo del secolo scorso era stata la spinta degli strati sociali meno abbienti a richiedere ed ottenere una distribuzione del reddito e dei diritti più equa e adeguata ai processi di inurbamento ed erano stati i giovani-rappresentanti della crisi morale e di valori dell’ ampio corpo sociale intermedio oltre che del ceto medio intellettuale e non- ad accompagnare questa spinta con una critica profonda agli effetti negativi del consumismo e con un tentativo generoso e irrimediabilmente sconfitto di disegnare modelli alternativi di valori e di consumo.
L’ ultima fase del 1900 e l’ aprirsi del nuovo secolo ci consegnano una società non più caratterizzata dal ceto medio come baricentro delle modalità di produzione e consumo ma da una divaricazione, che velocemente ed inesorabilmente si va estendendo, di redditi, diritti e consumi.
L’ alimentazione ed i consumi alimentari sono esempio illuminante di queste trasformazioni: al tramonto del 1900 appaiono da un lato gli hard discount e le catene di cibo spazzatura e dall’ altro emerge un consumo alimentare di elite sempre più sofisticato, legato a territori irripetibili, caratterizzato dall’ esclusività e da prezzi in certi casi talmente avulsi dal valore reale da far diventare alcuni prodotti astratti strumenti di transazioni finanziarie.
Il consumatore in questo quadro perde la bussola della razionalità sia nelle aree di trading down che in quelle di trading up e trova motivazioni non solo e non tanto sul piano razionale quanto piuttosto sul piano emozionale e di status.
E questo vale non solo nella dimensione del superfluo ma anche per un elemento basilare come il cibo.
Il consumo, inoltre, non si confronta più con una dimensione valoriale; il corpo sociale non è più sede di un lavoro critico-collettivo.
Le società di consumatori tendono verso la disgregazione dei gruppi a vantaggio della formazione degli sciami perché il consumo è un’ attività solitaria ( è perfino l’ archetipo della solitudine ) anche quando avviene in compagnia.
La società dei consumatori aspira alla gratificazione dei desideri più di qualsiasi altro tipo di società del passato ma tale gratificazione “deve rimanere una promessa”.
In sostanza l’ individuo con i suoi attributi classici di cittadinanza diventa sempre meno la cellula del sociale che è in grado di controllare e determinare, seppur in misura insoddisfacente, e diventa sempre più uomo globale che si confronta o solamente subisce e accondiscende in solitudine al mercato.
Che piaccia o meno sta di fatto che il consumatore e non il cittadino diventa il protagonista dell’ agire economico e politico. Un protagonista che non ha da aspettarsi un deus ex machina che gli restituisca, sulla scena della vita, la sola speranza di essere artefice della sua fortuna e, tanto meno, di quella della specie.
Ovviamente quelle fin qui svolte sono considerazioni estreme. Tuttavia esse nascono anche dall’ osservazione di quanti si rivolgono alle associazioni dei consumatori per ottenere singolarmente il rispetto dei diritti che in un diverso contesto avrebbero costituito oggetto di un’ azione di gruppo. Inoltre, senza un pesante supporto mediatico si sarebbero rivolti alle associazioni dei consumatori una quantità molto inferiore di individui. E ciò non è comunque stato sufficiente a richiamare la maggior parte di coloro che sono stati truffati. Cioè a dire: anche un consumatore alfabetizzato, in grado di organizzare ad esempio l’ investimento dei suoi risparmi, stenta a organizzarsi come gruppo intorno ad uno specifico problema.
Nella sostanza rimane un soggetto passivo, impaurito dalla potenza delle grandi corporation, dal sistema bancario o, semplicemente, dalla farraginosità della burocrazia. Il consumatore italiano, dunque, nonostante la presenza ormai annosa di sigle assai attive sui temi del consumerismo, preferisce ancora la via individuale a quella collettiva per difendere i suoi più elementari diritti sanciti, peraltro, da leggi nazionali ed europee.
Il consumatore parcellizzato, l’ individuo isolato di fronte al mercato costituisce una sfida etica prima ancora che sociale, politica e assistenziale. Lo “sciame di particelle autopropellenti” di cui parla Bauman non può essere considerata una condizione di non ritorno. E’ proprio dagli Stati Uniti, la patria della standardizzazione iniqua, del mercato acritico, del cibo spazzatura e della divaricazione di reddito più pazzesca fra in e out, fra ricchi e poveri, che ci viene una indicazione di senso.
Una nuova realtà sociale si fa strada dal basso: dalle class action contro le industrie chimiche e del tabacco fino all’ autorganizzazione micro di centinaia di migliaia di gruppi per l’ autoproduzione di energia o l’ acquisto di cibi sani e biologici senza intermediazione i consumatori si stanno svegliando. Move on è una delle sigle più attive ma il fenomeno è diffuso in mille rivoli in tutto il territorio nazionale.La sfida etica sconta in Italia una indifferenza storica dura a morire nei confronti del bene comune, della cosa pubblica, della civitas.
Le associazioni dei consumatori sono interessate a confrontarsi con Counsellor ed operatori del benessere, che si misurano continuamente con la fragilità dell’ individuo nel mondo globalizzato e nel mercato. E a confrontarsi con quanti, nel fare questo, non perdono di vista che difendere i più deboli rendendoli consapevoli e mettendoli in grado di gestire i diritti di cui sono portatori, vuol dire rendere più civile la convivenza e non più povere le casse pubbliche o le ricchezze private.
E’ importante allargare a tutte le professioni un sistema di regole da offrire agli utenti, e la chiarezza delle regole aumenta in modo esponenziale la fiducia in un’ attività professionale. La platea potenziale di persone che hanno bisogno di un’ offerta di sostegno organizzato adeguatamente e a prezzi accessibili è assai elevata.
Bibliografia
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Romano D. (2004), “ Editoriale “, Micro & Macro Marketing “.
Toneguzzi D. (2007), “ Introduzione al counselling – una pratica ed una professione orientate al benessere “;
APPENDICE
D.Lgs. 9-11-2007 n. 206
Attuazione della direttiva 2005/36/CE relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, nonchè della direttiva 2006/100/CE che adegua determinate direttive sulla libera circolazione delle persone a seguito dell'adesione di Bulgaria e Romania.
G.U.. 9 novembre 2007, n. 261.
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA
DECRETO 28aprile2008
Requisiti per la individuazione e l'annotazione degli enti di cui
all'articolo 26 del decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206,
nell'elenco delle associazioni rappresentative a livello nazionale
delle professioni regolamentate per le quali non esistono ordini,
albi o collegi, nonche' dei servizi non intellettuali e delle
professioni non regolamentate. Procedimento per la valutazione delle
istanze e per la annotazione nell'elenco. Procedimento per la
revisione e gestione dell'elenco.
IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
di concerto con
IL MINISTRO PER LE POLITICHE EUROPEE
Visto il considerando 16 della direttiva 2005/36/CE del Parlamento
e del Consiglio del 7 settembre 2005;
Visto l'art. 15, comma 2, della direttiva 2005/36/CE;
Visto l'art. 3, comma 2, della direttiva 2005/36/CE;
Visto l'art. 26, commi 1 e 2, del decreto legislativo 9 novembre
2007, n. 206, di attuazione della direttiva 2005/36/CE relativa al
riconoscimento delle qualifiche professionali, nonche' della
direttiva 2006/100/CE che coordina le direttive sulla libera
circolazione delle persone a seguito dell'adesione di Bulgaria e
Romania all'Unione europea, secondo cui la Presidenza del Consiglio
dei Ministri, Dipartimento per il coordinamento delle politiche
comunitarie, al fine di elaborare proposte in materia di piattaforme
comuni di cui all'art. 4, comma 1, lettera n), da sottoporre alla
Commissione europea, convoca apposite conferenze di servizi cui
partecipano le autorita' competenti di cui all'art. 5, e prevede che,
sulla ipotesi di piattaforma elaborata, vengono sentiti: a) se si
tratta di professioni regolamentate: gli ordini, i collegi o gli
albi, ove esistenti, e, in mancanza, le associazioni rappresentative
sul territorio nazionale; b) se si tratta di professioni non
regolamentate in Italia: le associazioni rappresentative sul
territorio nazionale; c) se si tratta di attivita' nell'area dei
servizi non intellettuali e di professioni non regolamentate: le
associazioni di categoria rappresentative a livello nazionale. Le
medesime disposizioni si osservano per quanto attiene alla
partecipazione al procedimento di elaborazione di piattaforme comuni,
proposte da altri Stati membri, da parte degli ordini, collegi, albi,
e delle associazioni rappresentative sul territorio nazionale,
nonche' in ogni altro caso in cui a livello europeo deve essere
espressa la posizione dello Stato in materia di piattaforma comune;
Visto l'art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 novembre 2007,
n. 206;
Ritenuta la necessita' di chiarire le modalita' per la
individuazione dei criteri per la valutazione della
rappresentativita' a livello nazionale delle associazioni delle
professioni regolamentate, ove non siano esistenti ordini, albi o
collegi, delle professioni non regolamentate o delle attivita'
nell'area dei servizi non intellettuali;
Ritenuta la necessita' di individuare le modalita' per l'adozione e
la revoca del decreto di individuazione delle associazioni
rappresentative a livello nazionale, e la loro annotazione
all'interno di un elenco al fine di un'ordinata gestione delle
attivita' conseguenti;
Decreta:
Art. 1.
1. Gli enti di cui all'art. 26 del decreto legislativo 9 novembre
2007, n. 206, sono inseriti, a domanda, nell'elenco tenuto dal
Ministero della giustizia quando sono rappresentativi a livello
nazionale in base al possesso dei seguenti requisiti:
a) che l'attivita' sia svolta in relazione alle professioni
regolamentate definite ai sensi dell'art. 4, comma 1, lettera a) del
decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206, e per le quali non siano
istituiti ordini, albi o collegi o che l'attivita' sia svolta
nell'area dei servizi non intellettuali o in relazione a professioni
non regolamentate, che pertanto non rientrano tra quelle di cui
all'art. 4, comma 1, lettera a) del decreto legislativo 9 novembre
2007, n. 206;
b) l'ente sia stato costituito per atto pubblico o per scrittura
privata autenticata, ovvero mediante scrittura privata registrata;
c) il relativo statuto assicuri:
1) la finalita' dell'ente sia la tutela della specifica
attivita' svolta dai professionisti o esercenti arti e mestieri;
2) garanzie di democraticita' sia per il funzionamento degli
organismi deliberativi, sia per il conferimento delle cariche
sociali, anche attraverso la previ-sione della durata degli incarichi
e di un limite alla reiterazione, sia per la prevenzione di
situazioni di conflitto di interessi o di incompatibilita';
3) la necessaria trasparenza degli assetti organizzativi;
4) una struttura adeguata all'effettivo raggiungimento delle
finalita' dell'associazione;
5) la partecipazione all'associazione soltanto di chi abbia
conseguito titoli professionali nello svolgimento della rispettiva
attivita' o abbia conseguito una scolarizzazione adeguata rispetto
alle attivita' professionali oggetto della associazione;
6) l'assenza di scopo di lucro;
7) l'obbligo degli appartenenti di procedere all'aggiornamento
professionale costante e la predisposizione di strumenti idonei ad
accertare l'effettivo assolvimento di tale obbligo;
d) l'elenco degli iscritti sia tenuto e annualmente aggiornato,
lo statuto, le principali delibere relative alle elezioni ed alla
individuazione dei titolari delle cariche sociali, il codice
deontologico nonche' il bilancio siano adeguatamente pubblicizzati e
sia previsto l'obbligo di versamento diretto all'associazione delle
quote associative da parte degli iscritti;
e) l'ente abbia adottato un codice deontologico che preveda
sanzioni graduate in relazione alle violazioni poste in essere;
l'organo preposto alla adozione dei provvedimenti disciplinari sia
dotato della necessaria autonomia; sia assicurato il diritto di
difesa nel procedimento disciplinare;
f) l'associazione, tenuto conto delle particolarita' della
professione o della attivita' svolta nell'area dei servizi non
intellettuali e salvo il caso, di professioni, arti o mestieri, con
radicamento esclusivamente locale, sia diffusa su tutto il territorio
dello Stato con proprie articolazioni;
g) i legali rappresentanti, amministratori o promotori non
abbiano subito sentenze di condanna passate in giudicato in relazione
all'attivita' dell'ente.
2. Per l'annotazione nell'elenco di cui al comma 1, i requisiti di
cui alle lettere da a) a f) devono essere posseduti da almeno quattro
anni. Fino al 31 dicembre 2009, i requisiti relativi alla previsione
della durata degli incarichi e di un limite alla reiterazione,
all'obbligo di aggiornamento costante degli associati, alla
pubblicita' e alla previsione dell'organismo autonomo per la
decisione dei procedimenti disciplinari previsti al comma 1 e
individuati, rispettivamente, alla lettera c) numeri 2 e 7, alla
lettera d) nonche' alla lettera e), devono essere posseduti all'atto
della presentazione della domanda di cui all'art. 2.
Art. 2.
1. La domanda di inserimento nell'elenco, sottoscritta dal legale
rappresentante, corredata da copia autentica dell'atto costitutivo
dell'ente, nonche' della completa indicazione di coloro che ne sono
soci, amministratori o promotori, e della documentazione comprovante
il possesso dei restanti requisiti, e' indirizzata al Ministero della
giustizia, Dipartimento per gli affari di giustizia, Direzione
generale della giustizia civile.
2. Entro centoventi giorni decorrenti dalla ricezione della domanda
di annotazione, il Dipartimento per gli affari di giustizia,
Direzione generale della giustizia civile verifica la sussistenza dei
requisiti e richiede al Consiglio nazionale dell'economia e del
lavoro il prescritto parere. Almeno venti giorni prima della scadenza
di tale termine puo' chiedere, per una volta, chiarimenti o elementi
integrativi all'ente che ha presentato la domanda, assegnando un
termine di venti giorni per il deposito della relativa
documentazione. Durante questo periodo la procedura per l'annotazione
nell'elenco resta sospesa. Decorsi inutilmente venti giorni dalla
ricezione della richiesta, l'istanza e' archiviata e per una nuova
valutazione e' necessaria la presentazione di una ulteriore
documentata istanza.
Art. 3.
1. Sessanta giorni prima del compimento di ogni triennio per
ciascuna annotazione la Direzione generale per la giustizia civile
del Ministero della giustizia verifica la permanenza delle condizioni
e dei requisiti prescritti.
2. Ai fini della verifica di cui al comma 1, trenta giorni prima
dell'inizio della procedura il legale rappresentante dell'ente deve
depositare la documentazione comprovante l'attualita' delle
condizioni e dei requisiti prescritti. Decorso inutilmente il termine
di trenta giorni l'annotazione e' sospesa. Decorso inutilmente
l'ulteriore termine di novanta giorni dalla comunicazione della
sospensione, l'annotazione e' revocata.
Art. 4.
1. Se, anche fuori dalla procedura di verifica, si accerta che sono
venute meno, in tutto o in parte, le condizioni e i requisiti
previsti dall'art. 1 per l'annotazione, il Ministro della giustizia
puo' disporre con la stessa procedura di cui all'art. 26, comma 4,
del decreto legislativo 9 novembre 2007, n. 206, la revoca o la
sospensione dell'annotazione. Nel secondo caso richiede la rimozione
delle cause ostative assegnando un termine non inferiore a quindici
giorni e non superiore a sessanta giorni per le osservazioni o la
regolarizzazione. Decorso detto termine, valutate le osservazioni
pervenute, il Ministro della giustizia, con decreto ai sensi
dell'art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 novembre 2007, n.
206, procede alla conferma dell'annotazione o alla revoca della
stessa con conseguente cancellazione dell'associazione dall'elenco.
Restano comunque fermi i provvedimenti adottati d'urgenza al
verificarsi delle situazioni di cui all'art. 1, comma 1, lettera g)
nei confronti dei soggetti ivi indicati.
2. I provvedimenti di diniego, sospensione, revoca e cancellazione
dell'annotazione sono adottati dal Ministro con il decreto di cui
all'art. 26, comma 4, del decreto legislativo 9 novembre 2007, n.
206, da notificarsi all'ente interessato.
Art. 5.
1. L'attuazione del presente decreto non comporta oneri aggiuntivi
a carico del bilancio dello Stato.
Il presente decreto verra' inviato al controllo secondo le vigenti
disposizioni e sara' pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica italiana.
Roma, 28 aprile 2008
Il Ministro della giustizia
Scotti
Il Ministro per le politiche europee
Bonino
Registrato alla Corte dei conti il 15 maggio 2008
Ministeri istituzionali - Giustizia, registro n. 5, foglio n. 192